Hans Ruedi Giger, Satan I 1977

Non è cosa facile parlare delle opere di Hans Ruedi Giger, artista svizzero, ancora troppo moderno per comparire nei libri di storia dell’arte, eppure così presente nelle varie manifestazioni artistiche del secondo Novecento e dei primi Duemila.

Giger, nato a Coira nel 1940 e scomparso a Zurigo nel 2014, è stato l’ombra dentro l’artificioso sole splendente della nostra cultura pop. Il suo era uno stile inconfondibile, che rimaneva tale in ogni medium utilizzato, fosse l’aerografo, l’olio su tela, la china su carta, la scultura o quant’altro. Un artista tanto famoso quanto oscuro, una sorta di parto postmoderno tra un Félicien Rops (prorompente artista belga di fine Ottocento, le cui opere vertevano su un’esaltazione del sesso e dei lati più oscuri dell’animo, sfociando nel Satanismo) e un Salvador Dalì (il noto surrealista spagnolo era anch’egli, prima di Giger, autore di una poetica assolutamente personale eppure universalmente riconoscibile, richiesta e presente in tutta la cultura popolare: i due pure si incontrarono nel 1975).

Giger era questo: un artista di grande talento capace di dare una forma definita a tutti gli incubi della civiltà della globalizzazione, tramite creature da lui definite come “Biomeccanoidi”: pallide, metà carnose e metà meccaniche, scintillanti nei toni del grigio e del nero entro scenari desolanti, asettici e torbidi.
Una macchina perversa dell’occulto che è divenuta un fenomeno di massa, tanto che dall’immaginario Gigeriano si è trovato lo spunto per allestire due “Giger-Bar” a Tokyo e Coira.

Le visioni da incubo perverso del Giger ci risultano in ogni modo familiari anche senza un’analisi più accurata. Questo perché avrebbero assunto portata internazionale e duratura grazie alla figura dello Xenomorfo del film Alien di Ridley Scott (1979, che gli valse anche un Oscar agli effetti speciali), iconico e scheletrico mostro spaziale, oltre che alle sue altrettanto emblematiche copertine per grandi nomi della musica, da Debbie Harry (The jam was moving, 1981; Koo Koo, 1981) ai Carcass (Heartwork, 1993), passando per Emerson, Lake & Palmer (Brain Salad Surgery, 1973).

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Satan I (acrilico con tecnica ad aerografo del 1977), meglio noto per essere la copertina dell’album To Mega Therion della band metal svizzera Celtic Frost, è una delle più dissacranti e ironiche rappresentazioni dell’antireligiosità di Giger, mossa attraverso la figura di un diavolo dai caratteri classici intento a scagliare una pietra utilizzando Cristo come fionda.
E il bello è che non si tratta di una delle sue opere che più fecero scalpore: in questa, infatti, non compare il tema-feticcio di tutta l’arte di Giger, ossia il sesso.
Non ne faceva di certo un mistero, affermando:

A 21 anni andai a letto per la prima volta con una donna e da quel momento sono stato ossessionato dal sesso.

Ossessione che la sua arte ha saputo esprimere con efficacia e malizia magistrali, procedendo a braccetto con figurazioni alienanti, surreali e, come in questo caso, antireligiose.

Prevedibilmente, un’opera dal respiro simile a Satan I, ossia The Magus, venne così commentata da un ex compagno di classe di Giger, poi divenuto capo di una setta: «L’autore di questo quadro soffre di mania suicida e causa lo stesso tipo di disturbo anche ad altre persone». Come ci si poteva aspettare, l’arte di Giger non era per tutti: conservava sempre e comunque una fortissima componente di oscurità e sadismo, pur coniugati in un’assoluta eleganza formale. Ciò che ritroviamo anche in Satan I, il cui intento doveva essere quello di scandalizzare la comunità cristiana, effettuando un vilipendio simbolico della sua figura più sacra. Rilevante notare come in questa composizione il corpo esanime di Cristo, sia come fionda che come crocifisso, abbia comunque la stessa posa: vuol forse significare che dietro tutto l’apparato religioso vi sia un diavolo, intento a predicare alle folle scagliando loro contro delle menzogne mascherate da verità? Chi può dirlo. Cosa possono poi significare quelle tre figure serpentiformi che circondano Satana, dai volti scheletrici e inquietanti? Forme che di solito nelle opere di Giger divengono metafore falliche o comunque erotiche, qui veicolano un messaggio ignoto: forse perché un messaggio è assente, come incomprensibile è il viso esangue che si intravede fra i due corpi serpentinati di destra.
Dopotutto, l’arte di Hans Ruedi Giger è lungi dall’avere una piena e dettagliata esegesi retrospettiva, essendo ancora del tutto contemporanea alla nostra cultura attuale. Non era, poi, nelle intenzioni dell’autore dilungarsi molto nel connotare messaggi e simboli entro le sue opere: questa è la visione d’incubo e ora sta allo spettatore darle un posto in un angolo del proprio animo.

Non sono riuscito purtroppo a scoprire dove sia conservato l’acrilico originale per Satan I, senza considerare l’enormità di tirature successive e copie. Molta dell’opera di Giger è anche finita scomparsa, regalata o rubata nel corso della sua carriera artistica. In ogni caso, presumo che il posto ideale da cui iniziare una ricerca sia proprio il “HR Giger Museum”, stravagante espressione del gusto dell’artista e sua casa-museo, presso il castello di St.Germain nella città svizzera di Gruyères.

Già grande amico della band Celtic Frost, nel 1985 Giger avrebbe concesso loro l’utilizzo di Satan I come cover. La band lo ringraziava nel booklet: «For being so incredibly nice and for believing in the frost».

 

Francesco Bergo

 

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