DOGMAN – UN FILM SUGLI UOMINI E SUI CANI

Nella periferia di Roma, Marcello, dog-sitter della zona, mantiene senza neanche troppo impegno quel bel rapporto con il vicinato che fa da contorno al lavoro, agli incontri con la figlia, e alla sua amatoriale attività di spaccio, cui s’appella per arrotondare lo stipendio. Marcello vuol bene a tutti e da tutti crede d’esser ben voluto; ma proprio il suo sorridere innocentemente a chiunque lo fa diventare oggetto di scherno di un cane sciolto della zona, una testa calda robusta e rabbiosa. Marcello è un professionista quando si tratta di gestire cani, di qualsiasi grandezza o vigore, ma, quando ha a che fare con Simoncino, diviene solo un cagnolino sottomesso ed impaurito. É un nido quello in cui Marcello vive tranquillamente da anni, che si vedrà sconvolgere gradualmente da Simoncino e dai suoi continui ricatti, soprusi e atti di dominio fisico; a causa, poi, della forzata partecipazione di Marcello ad uno dei crimini attuati dall’altro, il sitter passerà un anno intero rinchiuso in carcere. Quando ne uscirà, tornerà alla sua piazza, ai suoi vicini, alle sue abitudini con un atteggiamento differente, con rinnovata tenacia, e il nido sarà stato ormai inevitabilmente disintegrato.

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Dogman è un film che impressiona innanzitutto per la continua e sottile transumanza dalla sfera umana a quella animale. Il luogo che congiunge le due dimensioni è il locale di toelettatura canina di Marcello, nel quale i continui soprusi dell’uno sull’altro, i toni che ne escono, si mischiano ai guaiti e agli abbai dei cani che assistono inermi alle scene, dentro le loro gabbie. I cani son sempre presenti durante la pellicola, eppure non svolgono un ruolo chiave nella vicenda, ma anelano, e direi che riescono, a far emergere quelle stesse dinamiche territoriali di “dominio del più forte sul più debole” nei personaggi umani, che son abito però tipicamente canino. La vicenda narrata, inoltre, prende libera ispirazione dai fatti di cronaca di una Roma del 1988, dove tal Pietro De Negri, detto er canaro, uccide l’ex pugile dilettante Marcello Ricci. Matteo Garrone trasporta sullo schermo una delle vicende della cronaca italiana più nera, cogliendola però soltanto nelle fondamenta, e adattando queste ultime ad un intenso rapporto di giochi di forza, dove convergono assieme il bullismo più elementare e il vittimismo più contorto; perché Marcello, nonostante i continui abusi fisici e i forzati coinvolgimenti in furterelli, manterrà comunque un profondo, sofferto affetto nei confronti di Simoncino, dovuto probabilmente all’appartenenza di quest’ultimo al circondario che tanto al sitter è caro, oppure ad una conoscenza reciproca che per Marcello supera i ricatti, le estorsioni e la fredda violenza che subisce. Se è vero, quindi, che ci discostiamo dagli animali, che siamo superiori ad essi per via di un più acuto utilizzo della ragione, Garrone, con il suo Dogman, dimostra che è solo conseguenza di partito preso, che cambiano i volti, le voci, i modi, ma alla base è sempre la forza, lo strumento che più assicura un dominio territoriale, un dominio sugli altri animali, un dominio sugli altri uomini. Garrone segue quindi i temi e le vie già intrapresi con Gomorra, (film emblema del regista italiano), ma modifica i luoghi e le facce, lasciando intatti il telaio, le meccaniche, gli strumenti, le forme, in un film che non solo rinnova lo stupore a noi italiani, abituati ormai da sempre a fatti di cronaca simili, ma stupisce pure a Cannes, per il suo forte impatto emotivo, per la fredda e lucida fotografia e soprattutto per la magistrale interpretazione di Marcello Fonte nei panni del suo omonimo, che gli vale il Prix d’interpretation masculine.

 

Luca Dammacco

 

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