Dancer in The Dark

Lars von Trier è uno di quei nomi che riescono sempre a far discutere, nel bene e nel male, in una conversazione sul cinema. Che lo si ami o lo si odi, il cineasta danese è comunque innegabilmente uno dei più licidi esempi di autorialità cinematografica che hanno saputo trovare un grande successo internazionale, raggiungendo uno status di icona cult che resiste anche alle più sue spregevoli affermazioni e azioni.

L’ultimo caso esemplare è sorto con il movimento MeToo con cui molte donne del mondo dello spettacolo hanno denunciato comportamenti misogini all’interno dell’industria. Nell’occhio del ciclone è finito anche Von Trier, ma il fatto non ha sorpreso molti, visto che da sempre i rapporti tra il regista e il mondo femminile sono caratterizzati da violenza e abusi nei suoi film. Ad accusarlo implicitamente è stata la cantante islandese Björk, che ha collaborato con il regista nella sua unica interpretazione cinematografica, Dancer in The Dark del 2000, pala d’oro al Festival di Cannes che le è valso il titolo di miglior attrice alla medesima manifestazione. Senza entrare nei dettagli della vicenda vorrei semplicemente parare del film in queste righe e risollevare il quesito che noi appassionati di cinema ci poniamo spesso ultimamente: è giusto amare l’opera dei mostri?

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Dancer in the Dark, come già detto, è l’unico film che vede la famosa cantante Björk come protagonista, altri interpreti sono Catherine Deneuve e Peter Stormare. Il film narra la storia dell’immigrata operaia cecoslovacca Sela Jezkova, che lotta contro una difficilissima situazione economica per permettere al figlio di guarire dalla stessa malattia genetica che la sta rendendo rapidamente cieca. Selma è una sognatrice ottimista che ama i musical americani, al punto da immaginarsi intere coreografie partendo da un semplice suono sentito in fabbrica o in casa. Il film di Von Trier infatti è un musical, benché atipico nel genere (il regista lo ha definito Anti-musical) che manifesta il grande amore provato per i musical della vecchia Hollywood ma la cui forma sarà piegata alla visione pessimistica e all’estetica di Von Trier. Le immagini sono mosse e la calorimetria è estremamente povera per la maggior parte del film, le riprese sono fatte con camera a mano e la poca luce che è presente in camera è spesso naturale. Tutto cambia durante le scene di musical, in cui la ripresa diventa più tradizionalmente cinematografica con moltissimi punti macchina e montaggi più articolati (pur con raccordi atipici ma perfettamente coerenti con l’estetica del regista), la luce illumina la scena e tutti i colori diventano splendenti in modo surreale, il che caratterizza perfettamente l’atmosfera onirica di queste scene grazie anche alle musiche (scritte da Björk e Richard Rodgers su testi di Von Trier). Quella che viene messa in scena è una tragedia, eppure i momenti musical ci aiutano a sperare in un cambiamento positivo degli eventi, creando un’empatia sorprendente con la protagonista che canta per farsi coraggio in questo mondo crudele. Von Trier ne è cosciente e usa il suo potere di regista per torturarci senza pietà. Eppure è proprio questo alto coinvolgimento emotivo che ha portato molte persone (tra cui me) ad amare questo film. Il film stesso ci pone interrogativi sul fatto che ci stiamo compiacendo della messa in scena di una tragedia umana, mettendo in dubbio la nostra stessa integrità morale. La povera Selma è preda innocente di un mondo perverso e malvagio, sorte subita da quasi tutte le donne rappresentate nei film di Von Trier e che ha fatto sorgere numerosi dubbi sulla sua persona, dubbi confermati da diversi episodi che lo hanno visto al centro di maltrattamenti perpetrati nei confronti della troupe e del cast dei suoi film. In seguito al movimento MeToo, Björk ha inoltre raccontato di essere stata molestata e minacciata sessualmente da “un regista danese” durante le riprese di “un film” e Lars si è immediatamente dissociato dall’affermazione.

Per questo motivo, ora più che mai, Dancer in the Dark è un film che ci può raccontare un pò di mondo e farci capire qualcosa in più di noi, ponendoci in posizioni difficili emotivamente e moralmente, senza tralasciare quella bellezza di cui l’uomo ha disperato bisogno, come una canzone da cantare quando il mondo ti crolla addosso.   

 

Marco Andreotti

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