Rembrandt: Congiura di Claudio Civile

Bentornati cari lettori ad un nuovo appuntamento con la rubrica Inside Art. Oggi parleremo di Rembrandt e, in particolar modo, di una delle sue ultimissime opere, la Congiura di Claudio Civile.


Noto anche come Giuramento dei Batavi, è un dipinto a olio su tela (196×309 cm, ma in origine molto più grande) realizzato tra il 1661 ed 1662, ed è tuttora conservato nel Nationalmuseum di Stoccolma, anche se in origine doveva essere esposto sulle pareti del Municipio di Amsterdam.


Rembrandt era il pupillo di una città che sembrava non essere mai sazia dei suoi lavori, l’allora nascente e prospera Amsterdam. Negli anni ’30 del ‘600 il pittore era all’apice del successo, non vi era soggetto che egli non sapesse trattare o committenti che non sapesse accontentare, soprattutto per quanto riguarda i ritratti. Allora cosa spinse il più grandioso pittore d’Olanda ad attuare questo suicidio artistico? Una delle ragioni principali è di certo il tragico periodo che l’artista attraversò dopo la morte dei tre figli e dell’amata moglie Saskia van Uylenburgh.
Dopo quell’anno, il 1642, il lavoro di Rembrandt subì un profondo cambiamento: l’arte arriva a partire dalla vita, cessando l’esuberanza e il suo teatrale controllo della confusione, isolandosi dal rumore del mondo esterno per rifugiarsi nel proprio mondo. Perfino la finitura dell’opera, che tanto fu l’emblema del pittore in gioventù, finì per essere sepolta con il passato. Arrivò a dipingere un mondo di carne e sangue, dove la sua arte esisteva per raccontare la verità della condizione umana, che egli stesso aveva dolorosamente provato.
All’inizio, la serie di grandi dipinti che dovevano trovare posto nel municipio, sette sul tema dei Batavi e quattro con le immagini dei Buoni patrioti, erano stati affidati a Govert Flinck. Quando Flinck morì nel 1660, Rembrandt venne incaricato di dipingere la Congiura di Civile, forse uno dei temi più importanti per la storia d’Olanda, in quanto mito di fondazione della nazione. Gli antichi olandesi, i Batavi, si erano ribellati al dominio di Roma sotto la guida di Claudio Civile. L’occasione di dare origine ad una rivolta si presentò a seguito di un editto di Vitellio, il quale richiedeva ai Batavi una leva di truppe. Civile non ebbe difficoltà a convocare un incontro con i capi della tribù e a legarli in un giuramento di sangue contro i Romani.
I committenti erano le autorità reggenti della Repubblica, e trattandosi di un tema particolarmente delicato, quale l’esaltazione della ribellione, esso doveva essere rappresentato in modo rispettabile. Ma in realtà ciò che si ottenne fu bruttezza, deformità, barbarie, un branco di uomini rozzi che urlavano come animali assetati di sangue; la pittura è sciabolata sulla tela, grezza come i suoi protagonisti. Ma, secondo Rembrandt, una rivolta era proprio questo, dove i ribelli non sono gentiluomini, dove le deformità del corpo non vanno nascoste. Questa era la vera essenza dell’arte libera, che non vuole finiture, e che ben si accorda con spade infernali e coppe ricolme di vino. La luce non è data dall’aura divina o da candele, ma dall’incontenibile luce della libertà, dal fuoco di un ideale.
Rembrandt, a pezzi, fu costretto a ridurre in brandelli il suo capolavoro nella speranza che qualcuno ne acquistasse un frammento, ma senza fortuna, e ciò che oggi rimane è un quinto dell’originale.


E se pensate che l’opera sia grezza e non finita in realtà lo è, perché Rembrandt sembra dirci: “Questi siete voi, la vostra città, il vostro paese, un’opera ancora in svolgimento. Questo è il mio ritratto di tutti voi, di un popolo e di quello che siete sempre stati. Crogiolatevi pure nel vostro lusso, ma questi siete voi, sono i vostri antenati e la ragione per cui oggi voi siete qui. Ma allora perché siete in imbarazzo? Rendetegli onore, perché la rozza libertà è tutto quello che vi serve per sopravvivere come olandesi.”

Il Claudio Civile di Rembrandt è qui a dirci che le opere più grandi non sono limitate dai confini del tempo e del gusto, ricordandoci, semmai ve ne fosse bisogno, che l’arte, quella immortale, non si manifesta necessariamente con il volto più bello.

Tommaso Amato

  

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