Bohemian Rhapsody

 

“Ficcatevelo bene in testa: a nessuno interessano i Queen!”

 

Bohemian Rhapsody, in distribuzione nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 2 novembre 2018 e in quelle italiane dal 29 novembre.

 

Non manca nulla alla pellicola, spettacolare e sublime su ogni fronte, una vera orchestra di concrete decisioni: dalla regia di Bryan Singer, passando dalla fotografia di Newton Thomas Sigel, fino alla più azzeccata decisione di affidare a Rami Malek il ruolo di Freddie Mercury, così profondamente interpretato da meritare una candidatura agli Oscar.

 

Il regista ci catapulta sin dai primi minuti al passato, nel lontano 1970 a Londra, a quando Mercury era ancora Farrokh Bulsara, un giovane con l’idea già di diventare un performer straordinario destinato ad essere conosciuto e ricordato dal pubblico mondiale.
Il film ruota attorno alla sua figura, alla sua personalità, alla sua storia. Fragilità mista a determinatezza e voglia di diventare uno dei più grandi, se non il più grande leone da palcoscenico mai esistito. Un omaggio piacevole e pieno di sentimento.

Nel 1970 nascono i Queen, nome suggerito dallo stesso Freddie, band completata poi nel 1971 con J. Deacon al basso.

Un cambiamento repentino. Dall’anonimo Farrokh Bulsara che, da facchino nell’aereoporto di Heathrow, diventa il leggendario Freddie Mercury.

Non è semplicemente un cantante che si limita a eseguire nel modo più corretto possibile una canzone, ma un vero catalizzatore di energia in grado di rapire il pubblico con la sola presenza scenica.

Un film criticato per non aver studiato attentamente gli ultimi anni di vita del celebre artista. Sicuramente è più facile restare entusiasti della grande musica della band piuttosto che immergersi nelle profondità di un’anima così frastagliata e angosciata.

Sceneggiatura, fotografia e colonna sonora da brividi. Un intero lungometraggio in grado di lasciarti svuotata sulla poltrona del cinema ad osservare i titoli di coda scorrere, con la voglia di ricominciare tutto da capo.

Il titolo fa riferimento a uno dei brani più conosciuti e amati della band: Bohemian Rhapsody. Testo e melodia scritti da Mercury stesso, prendendo appunti su elenchi telefonici e pezzi di carta. Distribuito il 31 ottobre del 1975, con la bellezza di sei minuti e con un significato che ancora oggi rimane un mistero, un puzzle di diversi argomenti senza arrivare mai ad una soluzione.

E’ bello scoprire come siano nati alcuni dei pezzi che rimarranno nella storia per sempre: We Are The Champions, Radio Ga Ga, Somebody To Love, Don’t Stop Me Now, Another One Bites The Dust e We Will Rock You, nata principalmente per coinvolgere il pubblico attraverso dei semplici battiti di piedi e mani.

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 Il nocciolo del discorso non può che concludersi con l’interpretazione impeccabile di Rami Malek nei panni del protagonista, attore conosciuto per il ruolo di Elliot Alderson in Mr. Robot e, a mio parere, sottovalutato rispetto alla magnificenza che riesce invece a gestire e a portare sul grande schermo. Un ruolo che gli è calzato a pennello, fatto suo, profondamente interpretato. A partire dal trucco che restituisce la celebre dentatura del cantate, cosicché ogni dubbio viene completamente dissipato. Sul palcoscenico riesce perfettamente a mostrare l’arrogante e virile spavalderia di Mercury con convinzione dinamica, un’impresa di imitazione perfettamente riuscita: Malek entra così bene nei panni del leggendario uomo, facendo quasi credere che quella voce stia uscendo dal suo stesso corpo.

Due anni di attesa, un’attesa oserei dire quasi scettica; non era un obiettivo così facile da raggiungere. Un film di 135 minuti che definirei un’opera egregiamente riuscita.

Marica Di Giovanni

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