MARIO CRESCI – INTERNI PRIVATI, INTERNI MOSSI – ECO DI UNA MEMORIA PASSATA

Tra il 1967 e 1978, Mario Cresci, allievo del Corso Superiore di Industrial Design a Venezia, è in Basilicata, tra Tricarico e Barbaro Romano, dove si è accodato alla carovana fotografica degli intellettuali che sarebbero diventati il fulcro della fotografia italiana degli anni ‘80. Con una formazione al design sulle spalle, Cresci analizza nella serie Interni Mossi il rapporto genealogico che si instaura tra la cultura materiale (ben radicata ancora nel territorio lucano degli anni ’70) e la cultura del design, che invece prendeva piede ogni giorno di più nell’immaginario collettivo. Apparivano le due culture, all’inizio del decennio, come rane e rospi che coesistono a fatica nello stesso lago, attendendo che una delle due specie lasci all’altra il posto.

Più importante delle foto, per Cresci, era però parlare con gli abitanti: raccontare e farsi raccontare le storie di ognuno, per capirne meglio la tradizione, la cultura ed il linguaggio. Così, se a Milano ha la possibilità di esaminare il rapporto che l’uomo contemporaneo instaura con l’industria, in Basilicata Cresci ha modo di conoscere il più antico rapporto umano, che sempre fu il perno su cui arte e contesto hanno ruotato, ma che in più recenti relazioni tende a non trovare posto.

In Interni Mossi il soggetto delle foto pare essere a prima vista la figura umana dal volto mosso, ma è un soggetto che già nelle foto di Cresci è promesso alla scomparsa. Ad appropriarsi della pellicola e della storia appaiono, invece, gli oggetti che decorano lo sfondo, immobili, muti, eppur fisicamente presenti. In un momento storico tale, in cui i giovani si accaparrano la testa dell’avanguardia e dei giornali, le vecchie generazioni avanzano un passo indietro, immobili e muti anche loro. L’artigianale, la cultura materiale, di una generazione ormai in procinto di deperire in onore di una più rinnovata cultura del design, viene privata qui della propria identità culturale che, in un mondo nuovo, permane solo come testimonianza sfocata, mossa da un fare diverso, incomprensibile ai posteri, mentre attende la disintegrazione completa. Cresci, in Interni Mossi testimonia, con una impassibilità fedele ai principi della Bauhaus, questa lenta scomparsa: il suo occhio vede, il suo obiettivo scatta, il suo orecchio sente. E se l’artista ha ancora la possibilità di parlare, ridere, accettare una tazza di caffè da quel popolo lucano, noi ne riceviamo solo una lontana eco, uno sfocato ricordo, un volto mosso; e quella gente muore nel passato, ma rivive negli oggetti, nei mobili che, nelle nostre cantine, negli antiquariati, attendono solo di essere notati.     

 

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                                      Luca Parentesi

 

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