Glass

Quando vidi per la prima Unbrekable non ero ancora formato a livello di gusto e di conoscenze cinematografiche, sta di fatto che per me fu un’opera molto affascinante per quanto debole nella sceneggiatura e nella messa in scena e mai avrei pensato che ci sarebbe stato un seguito alla storia di David Dunn. Eppure, il regista amato/odiato M. Night Shyamalan dopo la bellezza di 19 anni riprende in mano i personaggi di David e Elijah interpretati rispettivamente da Bruce Willis e Samuel L. Jackson nel suo nuovo film “Glass”. Il film costituisce il seguito non solo di Unbreakable ma anche del penultimo lavoro del regista, il thriller psicologico Split del 2016 fungendo quindi anche da crossover e concludendo la cosiddetta Eastrail 177 Trilogy. Dai due film prende non solo i personaggi ma anche alcune clip. La pellicola infatti incrocia le vicende del vigilante David Dunn con e del maniaco psicopatico Kevin Wendell Crumb la cui moltitudine di personalità è ancora una volta magistralmente rappresentata da James McAvoy. Nel mezzo di uno scontro violento i due superuomini vengono catturati dalle forze dell’ordine e sottoposti a cure e forti pressioni psicologiche dalla terapista Ellie Staple (Sarah Paulson) la cui missione è convincere David e Kevin che in realtà essi non sono affatto persone straordinarie. A muovere i fili di nascosto, come un vero villain dei fumetti, è Elijah Price alias Mr. Glass, anch’egli in cura presso la dottoressa Staple.

 

Come noto i film di Shyamalan sono caratterizzati da plot twist più o meno riusciti quindi nelle righe di commento che seguiranno farò il possibile per parlare del film senza rivelare troppo sulla trama tenendomi sul vago.
Per quanto sia un termine abusato nel mondo del cinema io sostengo che M. Night Shyamalan sia davvero un regista visionario. Un autore che ha un grande disegno per veicolare pluralità di messaggi e che è capace di usare e quindi vedere appunto le macro strutture cinematografiche e drammaturgiche. Ma questo da sempre non basta per fare grande cinema. La capacità visionaria del regista si scontra spesso con un’ingenuità tecnica che da sempre gli viene rimproverata. Così come in Unbreakable nel 2000 anche Glass soffre di un ritmo fin troppo lento per un thriller lasciando tanti spazi occupati da dialoghi ahimè non sempre brillanti, come tutta la parte iniziale con i due teppisti youtuber. Altra debolezza del film sta nella gestione dei personaggi secondari ovvero Joseph, il figlio di David (interpretato ancora da Spencer Treat Clark che già aveva ricoperto lo stesso ruolo da bambino nel 2000), la madre di Elijah (già interpretata in precedenza da Charlayne Woodard) e Casey, protagonista femminile di Split interpretata dalla talentuosa Anya Taylor-Joy. Il ruolo di questi personaggi di supporto viene incastonato a fatica nell’intreccio del film, in particolare proprio il suolo di Casey che, come in preda alla sindrome di Stoccolma o da crocerossina desidera salvare l’uomo che l’ha precedentemente seviziata, mettendo in scena una vera e propria relazione romantica tra i due in stile “La Bella e (appunto) la Bestia”. I tre protagonisti risultano a loro volta mal gestiti in quanto il potentissimo Kevin di McAvoy adombra i suoi comprimari, naturale conseguenza della pluralità di personaggi da lui inscenati per una sola parte, è infatti lui il primario oggetto di interesse con il suo trasformismo che regala spesso e volentieri momenti comici alla pellicola. Lo stesso Mr. Glass non agisce e quasi non si vede per tutta la prima metà del film e quando torna ad agire è un Elijah Price perfettamente calato nel ruolo di villain fumettistico certo affascinante ma, almeno per una buona porzione del film, meno interessante rispetto alla sua precedente apparizione. Per quanto riguarda David Dunn, indicativamente l’eroe della vicenda, risulta quasi invisibile, anche il tentativo di caratterizzarlo psicologicamente con un nuovo trauma risulta goffo e inefficace. Tuttavia resta valido quanto scritto in precedenza, ovvero la capacità visionaria del regista che imbastisce un thriller camaleontico che cambia più volte la sua forma per rivelare la sua vera sostanza. Quello che ci può sembrare un film di supereroi o una sua parodia grazie all’esplicitazione della meta-narrazione fumettistica è decisamente affascinante come lo era 19 anni prima e in Glass assume, almeno in parte, una nuova forza anche in virtù nella popolarità del cine-fumetto. “Glass” come altri film di Shyamalan pecca di debolezze e ingenuità a scapito di un’idea molto interessante e di un sapiente uso della meta narrazione. Come nonostante i suoi difetti fui disposto a difendere Unbreakable davanti ad amici e conoscenti con più o meno competenza di me in ambito cinematografico ora vorrei spezzare una lancia in favore di “Glass” consigliandolo di cuore anche solo per il messaggio romantico e ottimista che vuole trasmettere, proprio come fanno le storie di supereroi.

Marco Andreotti

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