Merda d’artista. Non è oro tutto ciò che è arte

Bentornati, cari lettori, ad un nuovo appuntamento con la rubrica Inside Art. Oggi parleremo di Piero Manzoni e della sua Merda d’artista, vera e propria bomba a mano post-dadaista.


Piero Manzoni di Chiosca fu un pioniere dell’arte povera e di quella concettuale. Nacque il 13 luglio 1933 a Soncino (CR) dalla nobile famiglia milanese di cui aveva fatto parte Alessandro, autore dei Promessi Sposi.
Morì all’età di 29 anni, a Milano, il 6 febbraio 1963, stroncato da un attacco di cuore.


Manzoni produsse 90 scatolette numerate e firmate, imponendo un prezzo di vendita, con una valutazione a peso, moltiplicato per il prezzo dell’oro.
Il 12 agosto 1961 espose per la prima volta alla
Galleria Pescetto di Albisola Marina le scatolette di Merda d’artista. Queste portano la sua firma, e l’etichetta sul contenitore in latta dichiara in tre lingue “contenuto netto gr.30, conservata al naturale, prodotta ed inscatolata nel maggio 1961“, come se si trattasse di un qualsiasi alimento comune.
Va precisato che le dichiarazioni in etichetta indicanti il contenuto potrebbero non corrispondere alla reale natura della materia inscatolata. Bonalumi, amico di Manzoni, dichiarò infatti al Corriere della Sera: “Posso tranquillamente asserire che si tratta di solo gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole”.
Ma, con più probabilità, l’artista si limitò ad acquistare scatolette di cibo a lunga conservazione, senza procedere all’inscatolamento che, in effetti, sarebbe stato inutile. Infatti, sarebbe bastato staccare l’etichetta originale e sostituirla con un’altra, operazione concettualmente perfetta e di non eccessivo  impegno. In questo caso le scatolette avrebbero contenuto semplicemente cibo ormai scaduto.


Il lavoro di Manzoni è in genere visto come una critica alla produzione di massa e al consumismo, fattori che hanno cambiato la società italiana, dopo la Seconda Guerra Mondiale, con il famoso “boom economico degli anni ‘50”. Ma in realtà le sue opere non sono concepite come mera provocazione, anche se il pubblico le ha sempre percepite in questo modo, bensì sono tasselli di una personale riflessione.
Qui sorge quindi la fatidica domanda: come ci avviciniamo all’arte? La osserviamo perché è bella o cerchiamo di spingerci oltre quello che vediamo? Sta a noi, al pubblico, stabilire un rapporto intimo con l’opera d’arte.

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L’artista deve far succedere qualcosa che nessuno si aspetta, qualcosa che debba sorprendere il pubblico, il quale dovrà poi instaurare un rapporto personale con l’opera, che si tratti di colpo di genio o di una provocazione, che sia accademicamente bella o imperniata su una concezione più alta e profonda.

Piero Manzoni ci dimostra nei suoi pochi anni di vita di aver capito cosa significa essere un artista e cosa voglia dire creare un’opera d’arte: essa non deve darci delle risposte, ma deve spingere a farci domande, finché non arriviamo a capire veramente chi siamo.
Ovviamente, essendo un’opera creata appositamente per porci domande, essa presenta diverse interpretazioni e significati: per alcuni, alluderebbe con un’ironica metafora all’origine profonda del lavoro dell’artista, e in senso più vasto dell’uomo, che creativamente produce; è stato sottolineato anche un lato poetico, quello della cessione da parte dell’artista di una parte di sé; ancora, in senso ironico, l’idea che un artista già affermato troverebbe il consenso della critica per qualsiasi sua opera, anche la più scadente e banale, e in particolare che il mercato dell’arte contemporanea sia pronto ad accettare letteralmente della merda, purché in edizione numerata e garantita nella sua autenticità ed esclusività da un notaio.


La “Merda d’artista” di Piero Manzoni è qui per dirci che nella storia dell’arte molto spesso l’opera più banale, brutta e di cattivo gusto è la più profonda e ricca di significato.

Tommaso Amato

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