L’ambiguità del traditore


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Nel giorno dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone, Marco Bellocchio torna al cinema con Il traditore, presentato alla 72ª edizione del Festival di Cannes.

Il film narra la vicenda di Tommaso Buscetta, fra i primi collaboratori di giustizia della storia, che nel 1984, con le sue dichiarazioni al giudice Falcone, permise ai magistrati di capire e di conoscere il sistema di Cosa Nostra.

Il fulcro principale del lungometraggio l’aveva rivelato lo stesso Bellocchio durante il 69° Festival di Cannes, dove presentava Fai bei sogni, annunciando l’argomento del film allora solo in cantiere: “Mi interessa il personaggio di Tommaso Buscetta perché è un traditore. Il traditore potrebbe essere il titolo del film. Ma in verità chi ha veramente tradito i principi “sacri” di Cosa Nostra non è stato Tommaso Buscetta, ma Totò Riina e i Corleonesi. Come si vede due modi opposti di tradire. Nella storia tradire non è sempre un’infamia. Può essere una scelta eroica. I rivoluzionari, ribellandosi all’ingiustizia anche a costo della vita, hanno tradito chi li opprimeva e voleva tenerli in schiavitù”.

Le immagini ne confermano le parole: il lungometraggio mostra la sequenza crescente di delitti prodotti dalla guerra tra le due cosche siciliane, alternando il sangue dell’Italia al Cristo di Rio De Janeiro, luogo dove è costretto a scappare Buscetta, fino ad arrivare al momento dell’estradizione; dopo questo prologo necessario, cominciano le testimonianze del “traditore”, che dopo anni si trova faccia a faccia con gli uomini che lo vogliono morto, ex compagni di clan ora assassini dei suoi figli.

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È qui che ha inizio il nucleo centrale della contrapposizione fra traditi e traditori, giudici e imputati, uomini dietro le sbarre e uomini in una teca; di confronti persi in partenza, disfacimenti di uomini accomunati dallo stesso destino, ma i cui codici morali divergono. Il tutto è descritto da una rappresentazione lineare: Bellocchio mostra i fatti senza contaminare lo sguardo con il giudizio; in questo modo, coerentemente con le sue dichiarazioni, ne sottolinea l’ambiguità tramite la vita di un uomo, interpretato benissimo da Pierfrancesco Favino, che, pur navigando fra due dimensioni, carcere e latitanza, verità e menzogna, è capace di portare a termine il compito assegnatogli anni prima; un uomo che ha permesso di scardinare l’organizzazione di cui faceva parte, ma che non si pente di nulla: i traditori sono altri, e sono loro ad aver ammazzato Cosa Nostra.

Roberto di Matteo

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