Lezioni di piano: le note del trauma

piano copertina

“La voce che sentite non è la mia voce, è la voce del mio pensiero”, si apre così il racconto di Ada, protagonista del film Lezioni di piano (Jane Campion, 1993), una giovane donna scozzese che all’età di sei anni diventa muta e nessuno ne conosce il motivo, nemmeno lei. Da sempre la donna comunica con il mondo grazie a sua figlia, che conosce la lingua dei segni, e attraverso le note del suo amato pianoforte, con cui sembra avere un legame “carnale”. Si potrebbe dire dunque che quelle note siano, assieme ad Ada, le protagoniste del film. Con il suono, Ada esprime sé stessa, la sua sessualità, la sua paura e la sua rabbia.

E’ suono che diviene linguaggio e non solo, è “oggetto erotico” attraverso cui la donna vivrà una segreta storia d’amore all’insaputa del marito, ma è anche, in un secondo momento, ciò che produrrà un importante colpo di scena. Proprio “l’effetto sorpresa” permette di introdurre il concetto fondamentale che questa storia sottintende, quello che in psicologia viene definito “trauma psichico“. Il riferimento oggi più frequente a questo termine rimanda ad un evento, isolato e unico oppure ripetuto nel tempo, capace di produrre un effetto di ferita, uno shock inaspettato, incontrollabile e non previsto. E’ interessante inoltre l’apporto innovativo alla teoria traumatica dato da Freud nel 1925 all’interno dell’opera “inibizione sintomo e angoscia”, in cui lo psicanalista introduce il termine “Hilflosigkeit“, ovvero quella situazione traumatica che pone il soggetto in una condizione di impotenza originaria, di smarrimento, propria del periodo infantile dell’essere umano. La parte centrale del film rappresenta in modo molto preciso questo stato di impotenza, il quale coincide con il primo tempo del trauma: il marito di Ada, dopo aver scoperto il tradimento, in preda ad una folle gelosia, inveisce contro la moglie tagliandole il dito di una mano, in modo che non possa mai più suonare. Qui si assiste allo smarrimento di Ada, che viene travolta e sopraffatta dall’evento: nulla ha più senso senza quella parte del suo arto.

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Improvvisamente il suo corpo sembra essersi svuotato, i suoi occhi perdono luce, si abbandona all’inettitudine e si lascia cadere a terra, per poi dondolarsi, arresa, come se svanisse. A partire da qui si apre il secondo tempo, quello della comprensione di quanto accaduto e del “chiedere aiuto” (Ada cerca l’amante che la soccorre e la porta via dall’isola, dal luogo del trauma), che procede in parallelo con la tendenza del soggetto a voler “ricucire il buco” prodotto dall’evento traumatico. Tale tendenza può portare spesso alla cristallizzazione dell’identità del soggetto, che va a coincidere con quella di vittima, colei che ha subìto. L’essere vittima e il sentirsi tale è qualcosa che conferisce un certo potere, una certa innocenza che non si può mettere in discussione. Si potrebbe dire che l’essere vittima deresponsabilizza, il soggetto non ha fatto ma gli è stato fatto qualcosa, non agisce bensì subisce.

Ada, allontanandosi dall’isola in barca, chiede di far gettare in mare il suo pianoforte, non potendolo più suonare. Senza farsi notare, avvicina il piede alla corda che lega il piano e si lascia sprofondare negli abissi vuoti del profondo mare, dove incombe un grande silenzio e dove non c’è suono, rimanendo dolorosamente ma orgogliosamente vittima dell’evento, dinanzi all’impossibilità di avere alternativa, di poter continuare a  vivere come sempre. Ma ecco che ad un tratto rinviene, apre gli occhi. Accade qualcosa, qualcosa che lo psicoanalista J. Lacan definirebbe “pulsione di vita”, per cui la donna si slega e torna a galla. “Che morte, che occasione”, pensa Ada quando viene aiutata a risalire sulla barca. E’ proprio qui che si può individuare il terzo ed ultimo tempo dell’esperienza traumatica, quello della conclusione e dell’uscita, in cui avviene il processo di accettazione, da parte del soggetto, di ciò che è successo e di quanto è andato perduto. Nel momento in cui il soggetto è in grado di  accettare tutto questo, si scorpora da quello che era prima di subire il trauma: questa separazione rappresenta il punto di partenza per la risoluzione di esso.

La volontà di Ada ha scelto la vita, il suo tentativo di lasciarsi andare ha rappresentato l’occasione con cui accogliere quanto ha perso, per non sottrarsi al mondo, per rinascere.

Susanna Mapelli

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Autore: Cabiriams

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