Innovazione e inchiesta: il caso Mattei

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Era inevitabile la scelta di un “Cadavere eccellente” fra i film di colui al quale si deve il nome di questa rubrica, Francesco Rosi. Il regista napoletano si è sempre contraddistinto per lungometraggi d’impegno politico e sociale, siano essi ambientati sullo sfondo della guerra, come Uomini contro del 1970, o all’interno degli edifici della speculazione edilizia, come Le mani sulla città del 1963. Ma ciò che rende necessario riesumare Il caso Mattei del 1972, è l’assoluta modernità e sperimentazione con la quale viene rappresentato uno degli episodi più controversi della storia italiana.

Ad ascoltare Rosi sembrerebbe ovvio: “Cercare con un film la verità significa collegare origini e cause degli avvenimenti narrati con gli effetti che ne sono conseguenza”; solo una questione di causa-effetto, la logica ed evidente successione degli avvenimenti. Tutto facile, se non fosse che dopo trenta minuti dall’inizio del film, prima di un magnifico fermo immagine, lo spettatore si ritrovi immerso in un vortice di sequenze la cui costruzione farebbe invidia a Il petroliere di Paul Thomas Anderson, girato 35 anni dopo.

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Questo perchè Il caso Mattei è un insieme aperto in cui si amalgamano immagini di repertorio e di finzione, s’intersecano metacinema, sguardi in macchina e sovraimpressioni; in cui si passa arbitrariamente attraverso tre piani temporali: da quello che va dal prima al dopo la morte a quello imprecisato del materiale d’archivio. Un universo osservato da molteplici punti di vista: lunghi dialoghi nel cielo accompagnano panoramiche che riprendono terreni aridi, deserti che una volta a terra sono illuminati solo dalle fiamme che ne emergono. Tutto ciò in una pellicola che si muove fra il documentario, il film d’inchiesta, il giallo e il biopic. È un film che, vedendosi assegnata La Palma d’oro ex aequo con La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, insieme alla menzione speciale ricevuta da Gian Maria Volontè, attore principale in entrambi i film, riporta alla memoria i tempi in cui il cinema italiano era capace di imporsi come protagonista al 25° Festival di Cannes.

Oltre ai meriti prettamente cinematografici, ciò che emerge è la documentazione di una porzione di storia, italiana e internazionale, la cui eco arriva fino ad oggi: il discorso pronunciato da Enrico Mattei, sorvolando il Medio Oriente, sullo sfruttamento delle popolazioni locali da parte delle “sette sorelle” è ancora attuale; la ricerca della verità del regista assume un grande valore alla luce della dichiarazione della Corte Di Assise di Palermo, risalente al 2012, secondo cui il sequestro di Mauro de Mauro, che su richiesta di Rosi indagò sull’attentato, avvenne a causa delle compromettenti scoperte fatte dal giornalista.

Roberto di Matteo

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