Cosa vuole dirci CHERNOBYL del nostro tempo

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Con la programmata fine della sua produzione più celebre, HBO ha scommesso sul 2019 come anno della riaffermazione del proprio status d’ammiraglia del piccolo schermo. Sono almeno una dozzina i progetti in uscita entro l’anno – principalmente nel periodo autunnale – fra cui per la maggiore saranno miniserie (il nuovo format su cui la televisione sembra intenzionata a puntare) come Years and Years con Emma Thompson, The Undoing con Nicole Kidman e Donald Sutherland, Caterina la Grande con Helen Mirren, e The New Pope, il prosieguo di Young Pope con John Malkovich, Jude Law e Sharon Stone, firmato ancora una volta Paolo Sorrentino. Insomma, tanta carne sul fuoco con nomi di peso, il che rende ancora più curioso l’enorme successo di Chernobyl, miniserie di cinque puntate a metà fra il dramma storico e il documentario, che ha debuttato lo scorso 6 maggio accompagnata da scarsa promozione pubblicitaria e senza nomi in grado di attrarre il grande pubblico, ma sorprendentemente diventata l’oggetto dell’attenzione comune nelle ultime settimane.

Chernobyl tratta del disastro nucleare occorso il 26 aprile 1986 a Pripyat, nell’Ucraina allora parte dell’Unione Sovietica. La storia dell’incidente segue una narrazione lineare, partendo dal momento dell’esplosione del reattore, passando per il sacrificio degli uomini che hanno consapevolmente dato la propria vita per liquidare i quintali di detriti radioattivi, e culminando nel processo finale in cui il protagonista – il Professor Valery Legasov interpretato da Jared Harris – ricostruisce indicando le cause materiali, ma anche e soprattutto ideologiche, dell’incidente. È indubbio che la serie, in poco più di cinque ore, sia riuscita a ricreare un quadro dei fatti preciso, coerente e comprensibile anche per lo spettatore medio che non ha mai seguito corsi di fisica nucleare. L’atmosfera creata dalle musiche della bravissima e impronunciabile Hildur Guðnadóttir, così come le inquadrature di Jakob Ihre e Johan Renck e la sceneggiatura di Craig Mazin, restituiscono una narrazione che non sembra mai fondarsi sulla spettacolarità, ma sulla fedeltà alla vicenda: fumi della centrale, confronti fra esponenti del partito, colonna sonora, elementi ideati non per intrattenere, ma per dare un tono che sia allo stesso tempo sobrio e immaginifico.

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Chernobyl è una miniserie potente proprio per questo, per il rispetto con cui tratta gli uomini e le donne che a Pripyat hanno visto la fine, per l’assenza di retorica con cui anche le scene più crude, come lo sterminio dei cani randagi, vengono presentate.

Ma è una serie potente perché non si limita a fare questo. Chernobyl ci parla anche del nostro tempo. Nel monologo finale, il Professore Legasov si scaglia contro gli uomini politici del proprio Stato, accusandoli indirettamente del disastro. Legasov rifiuta le logiche politiche, l’unità della nazione nella bugia, ma denuncia la verità causale e scientifica sui motivi che hanno portato e porteranno alla morte di migliaia di persone: “Qual è il costo delle bugie?” è, fra l’altro, lo slogan promozionale della serie, e non a caso. Legasov ci parla direttamente e vorrebbe mostrare un modello di comportamento da adottare in un’epoca, la sua come la nostra, che pare sottomettere la verità fattuale alle dinamiche politiche. Con un piccolo sforzo, il disastro nucleare diventa il surriscaldamento globale, l’URSS gli USA, e il Partito Comunista il Governo americano; mentre Legasov, uomo libero e apolitico, vuole essere il rappresentante della comunità scientifica che urla, rischiando il confino dalla società, a una società addormentata e distratta, pronta con troppa facilità ad abbandonarsi alle verità ufficiali. Il nemico, allora come oggi, è invisibile e devastante, e il costo delle bugie ci viene presentato in cinque puntate in tutta la sua efferatezza. Per fortuna, la serie ci mostra, a più riprese, esempi di un eroismo che speriamo attirino di più di quanto non stia facendo il sito stesso di Chernobyl, dove pare sia cominciato un turismo macabro e in alcuni casi anche stupido. Si rimane in attesa della versione televisiva russa – terra dove il racconto HBO è per lo più piaciuto (il ministro della cultura Vladimir Medinsky l’ha definita “realizzata perfettamente”) – dove dovrebbe avere un ruolo anche l’Intelligence americana.

Davide Arcidiacono

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Autore: Cabiriams

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