“Il ferroviere” e le sue diatribe

Un sorso di troppo? Una distrazione? La troppa stanchezza? Il ferroviere di Pietro Germi non può rispondere a queste domante, il suo scopo è mettere in luce la situazione politica, poco chiara, del 1956.

Il film, ambientato dopo la Seconda guerra mondiale, è incentrato sulla figura del buon ferroviere Andrea Marcocci (interpretato dallo stesso Pietro Germi), un uomo di famiglia – anche se non comprende né le nuove generazioni né i cambiamenti in atto all’interno della sua stessa società – fiero della sua posizione lavorativa, che è intenzionato a difendere a tutti i costi. Andrea frequenta spesso la taverna vicino a casa dove, insieme agli amici ferrovieri, si ferma a bere, a volte esagerando, tanto da non rendersi conto delle crepe presenti all’interno del suo nucleo famigliare.
Gli orari dei ferrovieri sono impossibili, il salario è troppo basso e di conseguenza la fatica di questi lavoratori non viene ricompensata: ecco perché molti degli amici di Andrea scioperano.
Quando Andrea Marcocci investe un uomo, che si è gettato contro il treno, ne rimane così scosso da quasi causare un altro incidente. La direzione ferroviaria, accusandolo di aver bevuto troppo vino, ridimensiona il suo ruolo lavorativo affidandogli incarichi secondari e procurandogli così una chiusura in sé stesso che lo porta ad essere additato dai colleghi come crumiro.

Germi decide di mostrarci questo cambiamento attraverso le azioni di Andrea e, senza lasciare troppo spazio a dialoghi esplicativi, applica uno sguardo sempre più intimista in cui la macchina da presa, tenendolo sempre al centro del quadro, ora quasi lo schiaccia, come si vede nella bella sequenza in cui Andrea ha un crollo psicologico alla taverna e, dopo aver fatto un discorso sui sindacati, ricorda con rabbia e fierezza quello che ha fatto durante la guerra per aiutare i partigiani.
Pietro Germi dedica poi altrettanto spazio e attenzione ai famigliari di Andrea, dai quali lui appare sempre più distaccato, anche davanti alla cinepresa.
Durante le situazioni famigliari, fin dal principio e via via in maniera sempre più evidente, si alternano immagini in cui da un lato c’è Andrea e dall’altro ci sono i suoi cari.

La cinepresa segue così il ferroviere e la sua famiglia e le vicende che li coinvolgono nell’arco di un intero anno, da una vigilia di Natale all’altra, mostrando uno spaccato di vita proletaria quotidiana dove, anche se c’è un lieto fine, questo non si può dire che sia tanto lieto quanto pensiamo.

Carolina Minguzzi

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