Venezia 76 | Marriage Story – La recensione

Due punti di vista sui fatti, due lati della questione e un’unica storia: la Marriage Story di Noah Baumbach tra Nicole (Scarlett Johansson) e Charlie (Adam Driver), come afferma il titolo, mostra un divorzio ma parla in realtà di matrimonio come condizione necessaria del primo, e assolve al compito difficilissimo di mostrare quanto la fine di una storia d’amore non debba essere la negazione del passato.

Charlie è un regista di teatro a New York, Nicole una attrice che negli ultimi dieci anni della sua vita ha lavorato nella compagnia diretta dal marito: a un certo punto le loro vite si dividono, in un misto di motivazioni e di rancori che spingono Nicole da una parte e Charlie dall’altra, divisi tra Los Angeles e New York, aggiungendo la difficoltà del capire come agire per il meglio del loro figlio di 8 anni Henry.

Baumbach non sembra parteggiare in particolare per nessuno dei due, e partendo dalle parole positive di Charlie su Nicole e poi di Nicole su Charlie imbastisce fin da subito la struttura del film e insieme ad essa la sua tesi: i fatti sono sempre soggetti a una narrazione, e la realtà può di conseguenza cambiare incredibilmente attraverso il potere delle nostre convinzioni e, in questo caso, del nostro dolore. Sono infatti sempre i personaggi che parlano di loro stessi e dell’altro per tutta la durata del film, forgiandosi a vicenda attraverso montagne di parole che ce li fanno non tanto amare od odiare, ma comprendere, dandoci la possibilità di empatizzare a tal punto che sentiamo di essere nel dolore di entrambi. In questo modo Baumbach ancora una volta non manca il colpo, riaffermando la sua capacità di offrire sceneggiature impeccabili, dove ogni dettaglio e battuta sono utili, formando un puzzle che viene perfettamente concluso sul finale. Tra la black comedy, la commedia romantica, il thriller e la screwball (da cui il regista ha dichiarato di essersi ispirato), si destreggiano perfettamente i due attori principali, mostrandosi capaci di reggere qualsiasi tono, dando piena vita a due persone – più che personaggi – che fanno breccia nell’emotività dello spettatore.

Nonostante il profondo dramma degli adulti, il bambino non viene mai guardato con pietà dalla macchina da presa: perché se ci sono dei rancori e una battaglia legale in corso per la custodia del figlio, non è comunque mai una gara a chi ama di più il figlio perché entrambi i genitori, nonostante tutto, hanno sempre presenti le buone qualità dell’altro. La vera crescita dei personaggi, allora, è proprio quando questi accettano i loro limiti e abbracciano la sofferenza, riuscendo finalmente a leggere la loro storia ad alta voce, nero su bianco – magari versando qualche lacrima.

Bianca Ferrari

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Author: Bianca Ferrari

Giornalista, sceneggiatrice, studiosa

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