Sab. Set 19th, 2020

Venezia 76 | No. 7 Cherry Lane – La recensione

A dieci anni da Prince of tears, Yonfan torna sul grande schermo con il suo primo lungometraggio d’animazione, No. 7 Cherry Lane. Il film narra l’amore dello studente universitario Ziming nei confronti della signora Yu, una donna fuggita dal terrore bianco di Taiwan, e di sua figlia Meiling, sullo fondo della Hong Kong del 1967.

Il regista definisce il film come una sua lettera d’amore per Hong Kong e per il cinema, e infatti la prima cosa ad essere notata è la ricostruzione animata della città, che l’occhio cinematografico esplora da cima a fondo; dopo la contrapposizione tra il grigio degli edifici e il verde dei folti alberi che li circondano, si arriva al luogo che dà il titolo al film, No. 7 Cherry Lane. Il posto non è casuale, spiega l’autore: “Dopo la rivoluzione del 1949 in Cina, molti continentali rifugiati a Hong Kong vivevano a North Point, la parte orientale dell’isola coloniale. Portando con sé la cultura e lo stile di vita del nord della Cina, il distretto fu soprannominato “Piccola Shanghai”. Sulle alture della”Piccola Shanghai” si trovava Kai Yuen Street, qui vivevano molti intellettuali della vecchia Cina, tra cui alcuni dei grandi nomi della letteratura cinese. Sulla cima della collina c’era una enorme tenuta con un bellissimo giardino cinese, ruscelli, ponti e padiglioni, chiamato Kai Yuen Terrace. Kai Yuen Street ha attraversato molti cambiamenti e la bellissima tenuta non esiste più, se non nei ricordi della gente”; è proprio lì che madre e figlia hanno trovato rifugio, in quella che nella finzione ha preso il nome di No. 7 Cherry Lane, spazio principale di quello che può esser definito un tributo costruito sul “ricordo delle cose passate”, in cui i personaggi scoprono sé stessi attraverso una molteplicità d’incontri e (secondo tributo) la visione di due film al cinema.

Oltre l’ottimo disegno, si ha la sensazione che il desiderio di omaggiare e gli innumerevoli elementi tirati in ballo da Yonfan abbiano causato un grande accumulo visivo, che finisce per confondere lo spettatore. Nemmeno le scelte della prima esperienza nell’animazione contribuiscono; i movimenti dei personaggi sono lentissimi, con una gestione del ritmo che rimane statica per periodi troppo lunghi. I dialoghi che attraversano i tre personaggi principali, uniti ad una voce narrante che ne accompagna ogni gesto (assolutamente ridondante), trasmettono a tratti un’ingenuità di cui i personaggi (e anche l’autore) non sembrerebbero essere caratterizzati. Nel complesso tanti buoni intenti, ma una pessima riuscita.

Roberto di Matteo

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