Venezia 76 | Martin Eden – La recensione

Su uno dei daily di Ciak della Mostra del cinema di Venezia qualche giorno fa titoleggiava: “Il cinema italiano non parla più romano!”. L’articolo proseguiva descrivendo la crescente produttività del cinema napoletano, protagonista di ben due film in concorso. È curioso pensarci ascoltando Luca Marinelli, romano di nascita, parlare con un perfetto accento napoletano, interpretando un inedito Martin Eden.

Al celebre romanzo di Jack London vengono cambiati luogo e tempo, trasportando i personaggi nella Napoli del primo Novecento; “Ho scelto Napoli, oltre perché è il luogo dove ho iniziato a girare, perché è una città di accoglienza e tolleranza, come tutte le città di mare” dice Pietro Marcello, la città perfetta per un marinaio, ma non solo. Martin Eden è un marinaio, un proletario che sogna di diventare uno scrittore per elevare il suo rango sociale e riuscire a sposare Elena, giovane borghese abituata ad un mondo completamente diverso dal suo; più si avvicina al traguardo, più sente di star tradendo le proprie origini.

Proprio origini potrebbe essere la parola fondamentale del film, per tre motivi, di due – il percorso del protagonista e le radici del regista – si è già parlato; il terzo è forse ciò in cui risiede la vera forza di Martin Eden. È lo stesso Marcello a rivendicarlo come elemento d’ispirazione: è il cinema documentario, è la sua esperienza col cinema documentario, quel cinema che ha sempre raccontato meglio il rapporto fra gli spazi vitali e gli esseri umani che vi ci sono radicati; il prodotto è ciò che qui, mescolando materiale d’archivio e stile narrativo, è veicolo rappresentativo principale della dignità di cui il popolo è continuamente privato, la stessa che anche Martin non vede inizialmente. È questo ciò che si percepisce quando, all’inizio di più sequenze, le variazioni d’ambiente vengono indicate mediante la successione di primi piani di volti e non di spazi. La mescolanza non riguarda solamente piccoli inserti lungo il film, ma vere e proprie sequenze, in cui a cambiare sono quasi tutti gli elementi profilmici, ad esclusione del sonoro che ne garantisce la continuità. Questo punto di partenza per la creazione del filo narrativo è anch’essa un’origine, ed è dimostrazione di un fattore importantissimo per la visione del film: l’amore spropositato di Marcello non solo per il cinema, ma per quel cinema che ha la capacità (e l’intento) di raccontare qualcosa per far riflettere lo spettatore. Un amore sincero che di conseguenza non si nasconde, come mostra l’evidente riferimento a Luci d’inverno (1963) di Ingmar Bergman quando Elena, interpretata da Jessica Cressy, legge le lettere inviate a Martin.

Roberto Di Matteo

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