Venezia 76 | The Painted Bird – La recensione

La rappresentazione cinematografica della violenza è spesso passata dalla Storia; The Painted Bird è ambientato durante la Seconda guerra mondiale, ma non è un film sull’olocausto e nemmeno sulla guerra, è un film sull’essere umano e su quello che ha fatto in un luogo quasi indefinito.

Nell’omonimo romanzo da cui è tratto il film, l’autore (Jerzy Kosiński) narra di un posto dell’Europa dell’est in cui si parla un dialetto particolare, “per questo motivo ho deciso di usare una sorta di “slavo esperanto”, una lingua creata appositamente”, sostiene il regista. Václav Marhoul ha dedicato quasi undici anni alla lavorazione del film, un complicato percorso di costruzione per un lungometraggio di ben 169 minuti. È la vicenda di un bambino senza nome, dato in adozione ad un’anziana da genitori perseguitati; con la morte della donna, ha inizio una lunghissima sequenza di “proprietari” che gli infliggeranno (e subiranno) qualunque tipo di violenza.

Alla prima a Venezia, numerose persone lasciano la sala, sicuramente per quella che qualcuno ha definito “violenza sadica”, scrivendo addirittura che rasenta la pornografia; ma la realtà può essere mostrata in diversi modi, si può scegliere di abbellirla con qualche piccola menzogna, o la si può mostrare così com’è, nuda e cruda, risvegliando le menti che hanno voglia di capire e scandalizzando quelle che preferiscono girare la faccia e far finta di niente. Dopo aver letto il romanzo, Marhoul ha fatto la sua scelta: “ho cercato in ogni modo di evitare il pathos e i cliché più banali, di sfruttare il melodramma e di scegliere musiche appositamente pensate per evocare sentimenti artificiosi. La quiete assoluta può essere cruda e più carica di emozione di qualunque musica.”  È proprio questo l’elemento in cui risiede la forza del film, la voglia del regista di mostrare gli eventi nella loro interezza, per trasmettere agli spettatori ciò che ha trovato nel romanzo: “Questa storia mi ha spinto a pormi molte domande spiacevoli e a lottare, da solo, per trovarvi risposta. Ha fatto nascere in me una serie di dubbi sullo scopo e sul destino dell’homo sapiens come specie, e questi dubbi mi hanno fatto soffrire a tal punto che ho dovuto aggrapparmi a qualcosa di positivo […] Hanno ragione gli psicologi nel dire che scegliamo il male se non rischiamo di essere puniti? La malvagità è inevitabile quando si lotta per sopravvivere?”. In un magnifico bianco e nero girato in 35 mm cinemascope, l’uomo s’interroga sulla propria natura, ed è il mondo animale con l’uccisione dell’uccello dipinto (un uccello entrato in uno stormo di aspetto differente) a suggerire la similitudine tra sé stesso e la specie che ritiene indiscussa la propria superiorità grazie alla ragione. Tutto ciò tramite gli occhi di un bambino, colui che paradossalmente, suggerisce il regista, meglio si adatta ai cambiamenti intensi, non avendo concezione di passato e futuro, ma il cui candore non è stato ancora scalfito dagli eventi della vita.

Roberto Di Matteo

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