La mafia non è più quella di una volta: l’eloquente omertà italiana

Come ormai consueto, Franco Maresco è assente dal Festival di Venezia, persino quando vince l’ambito Premio speciale della Giuria. Ma la sua scettica presenza ci accompagna, incarnata nell’ironica solennità della sua voce fuori campo, negli anfratti della Palermo di improbabili feste di piazza, di sciatte tv locali e di quartieri disagiati in cui regna l’illegalità.

L’amica e fotografa esponente dell’anti-mafia Letizia Battaglia attenua con la sua ribelle vitalità questo film dell’orrore, questa disincantata e cinica indagine antropologica sull’omertà “inscritta nel patrimonio genetico di ogni palermitano”. “Di quelli veri”, perlomeno secondo Ciccio Mira, leggendario organizzatore di feste di piazza già protagonista del precedente film Belluscone – una storia siciliana.

La mafia non è più quella di una volta viene presentato come suo sequel ideale, riprendendo le incredibili vicende dell’inossidabile impresario che adesso troviamo inaspettatamente occupato a organizzare una festa in ricordo del venticinquesimo anniversario della morte di Falcone e Borsellino. Proprio gli eroici giudici martiri di Cosa Nostra, di cui Mira è malleabile pupiddu.

Ci ritroviamo catapultati in una situazione paradossale che emerge in tutto il suo amareggiante umorismo mentre sullo schermo scorrono le interviste in stile Cinico TV ai sedicenti cantanti e musicisti che compongono la squadra artistica vantata da Ciccio. Pronti a sfoderare le proprie singolari doti in una ricca varietà di stili di ballo (dalla danza del ventre al “movimento da girare”) e di generi musicali (come il neomelodico dissonante napoletano, l’inattesa disco country music e il cantautorato scordato), sono tutti accomunati da un particolare talento che più di tutti li contraddistingue: “la capacità unica di negare l’evidenza“.

E così questi performer si ritrovano nel Bronx di Palermo, il famigerato quartiere ZEN 2, a onorare Falcone e Borsellino senza mai pronunciare la parola “mafia”, prontamente cancellata anche dal discorso di apertura di Matteo Mannino, fedele collaboratore nonché bancomat personale di Ciccio. Mannino, con grande senso civico, ci tiene a ricordare i giudici per il bene che hanno fatto alla città: illuminazione, fognature, campi di calcetto, giardinaggio, asili nido e… non comment (sic!).

In questa grottesca dimensione avvolta dal tenebroso bianco e nero della più bieca viltà non si può parlare di mafia neppure se lo chiede Santa Rosalia in persona. Come nell’Odissea è stato “Nessuno”, perché si sa che a Palermo si conoscono solo persone che “neanche sono capaci di uccidere una mosca”. E se lo fanno è sempre “per caso”, con pistole trovate tra i polpi di mare della spiaggia di Mondello.

Così come in Belluscone, il geniale piegamento dei codici documentari costruisce un universo narrativo che sembra parallelo alla realtà, per quanto la sua tragicomica deformità risulti insostenibile allo spettatore. Eppure, allo stesso tempo, ci si ritrova, tra un’amara risata e l’altra, a prendere coscienza di quanto questo mondo privato di senso e di riferimenti in grado di farci orientare tra bene e male, mafia e anti-mafia, sia più reale della realtà stessa.

La mafia non è più quella di una volta si dimostra la più eloquente opera sull’omertà del sistema mafioso, ancor più del precedente Belluscone. Grazie a scelte di montaggio di arguta comicità, al reclutamento di nuovi assurdi personaggi, ma soprattutto grazie alla luminosa presenza di Letizia Battaglia, che con i suoi strenui ideali fa risaltare l’oscurità dell’abietta figura di Ciccio Mira, l’ultimo film di Maresco risulta in grado di mostrare con efficacia cosa sia la mafia persino a un pubblico non italiano.

L’antagonista Ciccio Mira, che forse rivedremo in un prossimo film dell’orrore, ci lascia infine al nostro spaesamento con la presentazione di un’altra sconclusionata serata, questa volta intitolata a Sergio Mattarella, di cui tesse le lodi sperando nella grazia in favore di un carissimo parente “ospite dello Stato”. Un carrello all’indietro che parte dal dettaglio dello striscione “Neomelodici per Sergio Mattarella” in Comic Sans racchiude la surrealtà dello scenario politico e ideologico italiano, mentre in sottofondo parte l’inno di Mameli mixato con La danza delle streghe del DJ Gabry Ponte. Uno di quei remix che potremmo sentire al Papeete Beach.

Giulia Silano

Annunci

Rispondi