Duchamp e il dadaismo – Anche un cesso può essere arte

Negli anni compresi tra il 1914 e il 1918 un folto gruppo di intellettuali, artisti ed esuli politici provenienti da vari Paesi d’Europa si recò a vivere a Zurigo, nella neutrale Svizzera, per sfuggire agli orrori del conflitto mondiale. Tra essi vi erano Tristan Tzara, Marcel Janco, Hans Arp e Hugo Ball. Per iniziativa di Ball venne fondato il Cabaret Voltaire, il cui nome omaggiava il grande illuminista che aveva affermato i valori della ragione umana.
In realtà quei valori sembravano travolti da un’onda di irrazionalità incontrollabile. I concetti di patria, civiltà, onore apparivano ai giovani rifugiati a Zurigo soltanto espressione di vuota retorica: accomunati dal disgusto verso il potere politico ed economico, tentarono, mediante l’arte scenica del cabaret, di dissacrarne i valori, mettendone a nudo la vacuità e l’ipocrisia.
Dal cabaret all’arte figurativa il passo fu breve: Tzara, Janco, Arp e Ball diedero vita al Dada. Motivo fondamentale della critica e dell’operatività dadaista è l’idea di casualità: di fronte all’orrore della guerra nessun principio ordinatore poteva ormai essere rintracciato, né di carattere morale, né di carattere socio-politico. Solo il caso sembrava dominare la storia dell’Europa, con le sue conseguenze incontrollabili.
Pertanto, anche l’arte poteva derivare dal caso. Questa affermazione provocatoria serviva per operare una critica radicale nei confronti di codici e modelli considerati ormai superati. I giovani intellettuali affermavano il rifiuto delle convenzioni sociali e la necessità di demolire tutte le forme d’espressione consolidate, compresa quella verbale: la stessa parola Dada non ha un preciso significato.
In questa operazione di annullamento dei codici precostruiti, il Dada si oppose alla poesia, all’arte figurativa tradizionale e a tutto ciò che era comunemente considerato bello ed eterno; stessa cosa dicasi per l’arte d’avanguardia, considerata colpevole di essere ricolma di valori borghesi. “L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta”, scriveva Tzara nel Manifesto Dada pubblicato a Berlino nel 1918. Tra gli intenti dell’arte dadaista vi era quello di causare un forte effetto di sorpresa, addirittura disappunto nello spettatore, per indurlo a riflettere sui meccanismi di cui anch’egli era parte.
Tra i maggiori esponenti del Dadaismo veste certamente un ruolo fondamentale Marcel Duchamp (1887-1968). Nato a Blainville-Crevon, già dal 1911 aveva creato opere influenzate dal Cubismo e dal Futurismo, inoltre nel 1913 aveva anticipato la poetica dada, inventando il ready-made.
Duchamp ebbe una formazione umanistica, interessandosi alla filosofia e frequentando uomini di cultura tra cui il poeta Guillaume Apollinaire, ispiratore del Cubismo. Il ruolo artistico di Duchamp fu dirompente e provocatorio perché mise in discussione la tradizione artistica consolidata nel mondo occidentale, negando la centralità della pittura nell’arte, attribuendole un compito speculativo: essa non deve essere esclusivamente visiva ma deve anche saper stimolare la nostra mente. Il suo lavoro si caratterizza per l’ironia dissacratrice e per il continuo ribaltamento di senso implicito nelle sue opere, come ad esempio i giochi di parole spesso nascosti nei titoli, oltre che per il ruolo assegnato all’eros, vero motore dell’esistenza in quanto origine del desiderio e, dunque, generatore di cambiamento.
Il primo ready-made venne realizzato nel 1913, con Ruota di bicicletta. L’intervento dell’artista consisteva nell’utilizzare un oggetto non creato, ma già pronto (ready), magari assemblandolo con altri o innestandovi qualche elemento di propria mano. Nel 1917, Duchamp propose a una mostra, in cui peraltro era rappresentante di giuria, l’opera Fontana, firmata sotto lo pseudonimo di Richard Mutt. Si tratta di un orinatoio in maiolica, capovolto e collocato su un piedistallo. Privato della sua funzione, depurato dai condizionamenti mentali legati al suo uso volgare, sottoposto in modo esclusivo alla nostra attenzione, l’oggetto può divenire materiale di riflessione sulla banalità dei codici consolidati e sul ruolo della produzione industriale nel nostro vivere quotidiano.
Duchamp e tutti i dadaisti, consci del fatto che la società contemporanea si è smarrita perdendo di vista ciò che è realmente importante nella vita, criticano e deridono senza mezze misure la società stessa, rivelandone così la vuota essenza.

Tommaso Amato

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