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Sab. Nov 16th, 2019

Milano Film Festival 24 | Ham on Rye – La recensione

Riadattando i teen movie televisivi di Nickelodeon e i classici Dazed and Confused e American Graffiti allo stile del videoclip musicale, il giovane regista Tyler Taormina approda al grande schermo dipingendo il ritratto di un tipico sobborgo residenziale americano.

La transizione degli adolescenti protagonisti dall’high school al college viene vista come un rito di iniziazione in cui il ballo scolastico di fine anno è riletto in chiave fantastica.

Taormina crea un mondo narrativo in cui questa  versione edulcolorata della pubertà è sospesa nella rievocazione nostalgica di tutte le decadi dagli anni 60 agli anni 90 senza mai esplicitare l’effettivo periodo di ambientazione.

Una solida prima parte costruita in montaggio alternato ci conduce fino alla agognata meta luogo “del giorno più importante della vita“, la panineria Monty’s dove i “sandwich al prosciutto con pane di segale” (ecco svelato il significato del titolo) diventano una misteriosa pietanza premonitrice di un cambiamento di status.

I volti freschi e gli sguardi innocenti del cast corale vengono presentati in piccole vignette in cui ad essere interessanti non sono tanto i dialoghi, ma la cura per il particolare: le scene non sono quasi mai introdotte da extabilishing shot, bensì da un crescendo di dettagli che caratterizzano luoghi e personaggi, per poi allargarsi a primissimi piani, primi piani e mezzi busti, rimanendo sempre dentro una prossimità di sguardo umana.

Spesso accompagnandosi  alla ricorrente e idilliaca melodia del flauto tratta dal brano Pierrot di Chaitanya Hari Deuter e Adi Pieper, questa attenzione per la gestualità e l’espressività cattura tutta la trepidazione, l’ingenuità e la freschezza di una pubertà addolcita, priva di tormenti e fiduciosa nella propria visione idealizzata della vita da giovane adulto.

Dopo aver posato per le foto con i candidi vestitini ricamati di cui le madri sono tanto orgogliose, alcune delle ragazze temporeggiano prima di recarsi da Monty’s. In un momento bucolico che ricorda Il giardino delle vergini suicide, leggono e rileggono ad alta voce una cartolina olografica kitsch raffigurante satelliti e mani in preghiera fluttuanti nello spazio, arrivata da quello che sembra essere un futuro immaginato:

-“Gwen, I’m so good. Life is so good. Honestly, everything is so good. Love, your sister Amy.” […]

-Wow! Being older is like… really good.

-Well, soon we will be too. Some of us are close to seventeen.  

Nonostante la presenza di una incongruente scena con sovrapposizioni multiple che pare l’ennesima colorita occasione per ampliare la trascinante selezione musicale tra indie rock e girl group anni 60, la prima parte risulta molto promettente. Tuttavia non è eguagliata dal resto del film, risultando infine un pretesto per inserire in un lungometraggio suggestioni che non hanno trovato spazio nei videoclip musicali da cui è nata la carriera del regista/musicista.

La restante ora che separa lo spettatore dai titoli di coda che chiudono il film in una struttura circolare è farcita da inquadrature notturne della periferia silenziosa, improvvise presentazioni di personaggi che non riappariranno più e dialoghi al limite del nonsense che non aggiungono nulla all’interpretazione della improvvisa svolta nel realismo magico.

Il cambio di ritmo potrà anche essere giustificato dal voler mostrare la noia di una periferia priva di sbocchi cui sono condannati coloro che non hanno superato il rito di iniziazione, ma non è un’attenuante per la mancanza di contenuti in cui cade la sceneggiatura.

Taormina si pone la domanda di una generazione individualista in stato di precarietà “Chi riuscirà a realizzare i propri sogni e chi invece dovrà rassegnarsi a una vita ordinaria?“, ma purtroppo non riesce a formularla con efficacia, risultando impacciato come uno di quei ragazzini che si chiude nel bagno del Monty’s per convincere se stesso di essere pronto  per il grande ballo che gli cambierà la vita.

Giulia Silano

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