Lun. Set 21st, 2020

L’Antigone sulla strada – I cannibali

Riesumare Cadaveri Eccellenti a volte permette di imbattersi in film dalle particolarità inaspettate ma perfettamente inseriti nell’epoca in cui sono stati girati; è quello che suggerisce l’immagine del centro di Milano pieno di corpi su cui scorrono i titoli iniziali de I cannibali di Liliana Cavani del 1970.

È il periodo di Porcile di Pier Paolo Pasolini, o ancora meglio di Il seme dell’uomo – di cui abbiamo già parlato – di Marco Ferreri, che si inserisce più direttamente nella fantascienza distopica, come il film che stiamo trattando. Allargando lo sguardo, la stessa regista suggerisce che è anche il tempo di Easy rider, definendo pure il suo film “on the road”, utilizzando la definizione nella sua accezione più letterale.

Strade ricoperte di cadaveri, ma non è un film di zombie, e nemmeno di guerra. È il 1969, è la rivisitazione fantascientifica dell’Antigone di Sofocle, a Milano, e sugli edifici i manifesti recitano: “morte a chi tocca i corpi dei ribelli”. Tutti ne rispettano il monito, tranne la nostra protagonista, da buona Antigone.

Il corpo del fratello è all’entrata di un bar, scavalcato continuamente da tutti i clienti, bisogna spostarlo, dargli una degna sepoltura. Ma cosa hanno gli altri in meno? Bisogna spostarli tutti, dare una scossa, una caverna è ovviamente il posto giusto. Un’impresa troppo grande per una singola persona; allora chi affiancare a Britt Ekland nella formazione dei nuovi Adamo ed Eva, vittime sacrificali per il nuovo mondo oltre l’ordine costituito? Pierre Clémenti si presenta entrando in un bar e parlando una lingua sconosciuta, stavolta Tiresia non è cieco ma è muto, un mutismo non civilizzato: Mowgli è il nome con il quale gli si riferisce il telegiornale.

Così come “i cannibali”, i protagonisti sono visti come nemici della civiltà, in un intreccio tra mito e fantascienza che si fa portatore delle tendenze del ’68, e come tale utilizza un’iconografia immediatamente riconoscibile a posteriori. Un aneddoto illustra questo aspetto: all’arrivo di Pierre Clémenti sul set, la regista e il costumista si resero conto che i vestiti normalmente indossati dall’attore incarnavano perfettamente il personaggio; questo ha fatto sì che ad ogni apparizione in scena egli ci offra quasi una rappresentazione di sé stesso, e che un attore sia stato talmente peculiare rispetto a quelle istanze da essere inglobato nel diegetico.

L’utilizzo preponderante del visivo può dare l’impressione di sovrastare la narrazione, ma è idoneo a simboleggiare ciò che essa stessa vuole esplicitare, la controtendenza in cui si muovono i personaggi e di conseguenza i giovani che ritraggono; una controtendenza la cui veridicità fu toccata con mano durante le riprese: la Cavani racconta che la troupe fu cacciata da un bar di Milano a causa del modo in cui era vestita. E lì dove il vestiario non è esaustivo s’inserisce una nudità altrettanto specifica e – come la sua presenza in chiesa esemplifica – invadente; una presenza neanche troppo casuale nell’ottica di un finale dipinto come un vero e proprio martirio. I cannibali è quindi un film che, pur lasciando alcuni spunti narrativi irrisolti, testimonia un’esperienza visiva originalissima all’interno della cinematografia italiana.

Roberto di Matteo

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: