Riesumare Cadaveri Eccellenti a volte permette di imbattersi in film dalle particolarità inaspettate ma perfettamente inseriti nell’epoca in cui sono stati girati; è quello che suggerisce l’immagine del centro di Milano pieno di corpi su cui scorrono i titoli iniziali de I cannibali di Liliana Cavani del 1970.

È il periodo di Porcile di Pier Paolo Pasolini, o ancora meglio di Il seme dell’uomo – di cui abbiamo già parlato – di Marco Ferreri, che si inserisce più direttamente nella fantascienza distopica, come il film che stiamo trattando. Allargando lo sguardo, la stessa regista suggerisce che è anche il tempo di Easy rider, definendo pure il suo film “on the road”, utilizzando la definizione nella sua accezione più letterale.

Strade ricoperte di cadaveri, ma non è un film di zombie, e nemmeno di guerra. È il 1969, è la rivisitazione fantascientifica dell’Antigone di Sofocle, a Milano, e sugli edifici i manifesti recitano: “morte a chi tocca i corpi dei ribelli”. Tutti ne rispettano il monito, tranne la nostra protagonista, da buona Antigone.

Il corpo del fratello è all’entrata di un bar, scavalcato continuamente da tutti i clienti, bisogna spostarlo, dargli una degna sepoltura. Ma cosa hanno gli altri in meno? Bisogna spostarli tutti, dare una scossa, una caverna è ovviamente il posto giusto. Un’impresa troppo grande per una singola persona; allora chi affiancare a Britt Ekland nella formazione dei nuovi Adamo ed Eva, vittime sacrificali per il nuovo mondo oltre l’ordine costituito? Pierre Clémenti si presenta entrando in un bar e parlando una lingua sconosciuta, stavolta Tiresia non è cieco ma è muto, un mutismo non civilizzato: Mowgli è il nome con il quale gli si riferisce il telegiornale.

Così come “i cannibali”, i protagonisti sono visti come nemici della civiltà, in un intreccio tra mito e fantascienza che si fa portatore delle tendenze del ’68, e come tale utilizza un’iconografia immediatamente riconoscibile a posteriori. Un aneddoto illustra questo aspetto: all’arrivo di Pierre Clémenti sul set, la regista e il costumista si resero conto che i vestiti normalmente indossati dall’attore incarnavano perfettamente il personaggio; questo ha fatto sì che ad ogni apparizione in scena egli ci offra quasi una rappresentazione di sé stesso, e che un attore sia stato talmente peculiare rispetto a quelle istanze da essere inglobato nel diegetico.

L’utilizzo preponderante del visivo può dare l’impressione di sovrastare la narrazione, ma è idoneo a simboleggiare ciò che essa stessa vuole esplicitare, la controtendenza in cui si muovono i personaggi e di conseguenza i giovani che ritraggono; una controtendenza la cui veridicità fu toccata con mano durante le riprese: la Cavani racconta che la troupe fu cacciata da un bar di Milano a causa del modo in cui era vestita. E lì dove il vestiario non è esaustivo s’inserisce una nudità altrettanto specifica e – come la sua presenza in chiesa esemplifica – invadente; una presenza neanche troppo casuale nell’ottica di un finale dipinto come un vero e proprio martirio. I cannibali è quindi un film che, pur lasciando alcuni spunti narrativi irrisolti, testimonia un’esperienza visiva originalissima all’interno della cinematografia italiana.

Roberto di Matteo