Per parlare di un film, di solito, si potrebbe iniziare da un breve riassunto della trama; sarebbe un po’ difficile in questo caso, essendo la sua caratteristica peculiare l’anarchia della narrazione. È forse più interessante pensare, allora, a come Dario Argento abbia esordito nel 1970 con un giallo (L’uccello dalle piume di cristallo) e concluso il decennio virando sempre di più verso l’orrore.

Parlando dei luoghi in cui si è compiuta questa trasformazione, vengono sempre fuori due titoli: nel passaggio da Profondo rosso (1975) a Suspiria (1977) – quest’ultimo omaggiato nel 2018 dal remake di Luca Guadagnino – c’è una variazione descrittiva, più surreale, più onirica.

Per completarsi, questo processo necessita di un ultimo tassello, di cui stranamente si parla molto meno. Inferno (1980) – oltre a essere il sequel di Suspiria e il prequel di La terza madre (2007) – è infatti il viaggio in cui questo mutamento viene portato all’eccesso. Probabilmente forte del successo dei due precedenti film, Argento decide di omettere qualunque logica del reale, creando un universo pregno di caligarismo colorato nelle cui luci vagano fantasmi vivi.

Se Suspiria esisteva nelle atmosfere, nei rumori e nelle sensazioni, la connessione fra le sequenze era comunque basata su una linea narrativa consequenziale. E così anche l’intenzione fiabesca contribuiva a questa coerenza. Inferno, invece, abbandona qualunque criterio razionale, e trasforma il racconto in un flusso di frammenti di allucinazioni la cui connessione è basata più sulla paura in sé che sul rapporto causa-effetto.

Di nuovo i fasci di luce arrivano da fonti inspiegabili, e ancora si moltiplicano senza mai raggiungere la sovrabbondanza. Ma questa volta sono anche gli avvenimenti a comportarsi nello stesso modo, circondati da una serie di sguardi e apparizioni che rendono Inferno il primo vero film surrealista di Dario Argento.

Il regista disse di averlo concepito come una serie di enigmi da porre allo spettatore. Il loro filo conduttore è rappresentato da un libro, Le Tre Madri – Mater Suspiriorum (Suspiria) Mater Lacrimarum (La terza madre) e Mater Tenebrarum – venduto ad una ragazza dall’antiquario Kazanian. In una scena, più che descrivere il libro, è proprio l’uomo a offrire una risposta: “ce ne sono molti di misteri in quel libro, ma l’unico grande mistero della vita è che essa è governata unicamente da gente morta…”. E infatti, non esistono protagonisti; lo spazio principale è riservato ad una moltitudine di figure e scenografie che, apparendo e scomparendo, sembrano raccontare una riflessione dell’autore sulle strutture del cinema dell’orrore, e più in particolare sul suo cinema, in quello che forse in questo senso è il suo lavoro più puro.

Magnifica è anche la colonna sonora, non più affidata ai Goblin, ma, in linea col cambiamento, composta da Keith Emerson.

Roberto Di Matteo