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Mar. Mag 26th, 2020

L’esordio di Nino Rota: Treno popolare e il primo “videoclip” della storia

In un’epoca in cui i treni partivano in orario, almeno sulla carta, uno partì con una decina d’anni d’anticipo.

Treno popolare, lo splendido film di Raffaello Matarazzo del ’33 con musiche di Nino Rota, rivisto oggi colpisce per la sua freschezza e per l’ironia insolitamente esplicita per l’epoca. È un treno di volti, una galleria di personaggi ritratti con realismo e naturalezza, una cronaca raccontata
attraverso piccole storie comuni. È un treno che ci mostra la vita semplice di una nazione che inizia a scoprire I piccoli piaceri del tempo libero.

Il ventiduenne Nino Rota per l’occasione avrebbe composto la colonna sonora direttamente sul set, salvo poi dimenticarsi gli spartiti e dover rifare tutto in gran fretta. L’aneddoto molto probabilmente è stato un po’ fellinizzato (chi va con lo zoppo…), in realtà la colonna sonora è preziosa e perfettamente in sintonia con le immagini, nella famosa sequenza del treno si potrebbe addirittura parlare di un primo videoclip musicale:

«Quanta allegra confusione, nel vagone del treno popolar,
ecco la famigliola popolar, ecco delle maschiette in libertà
uno sciame di studenti, una allegra gioventù
oh treno popolar gaia istituzion, di mille e mille cuori sei la seduzion»

Un’umanità variegata quella che viaggia a tempo di musica, un Treno popolare spensierato e pieno di vitalità. Il primo film di Raffaello Matarazzo ha sicuramente un piglio più moderno rispetto ai film dell’epoca, non solo grazie alla novità delle riprese in esterno, e anticipa in qualche modo il filone della commedia vacanziera-popolare (il cui esempio più celebre è Domenica d’agosto di Luciano Emmer del 1950). Il film è anche l’occasione per creare una cartolina d’epoca dei dintorni di Roma (come farà in parte anche Mario Camerini ne Gli uomini che mascalzoni): la bellissima Orvieto, la campagna, le strade sterrate sulle quali fare delle gite in bicicletta…

I malumori che suscitò il film tra i pubblico e in alcune stanze del regime si devono forse a questo sguardo eccessivamente realista e sincero, all’autoironia che non è di casa in epoche impregnate di retorica.

Marco Lera

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