Annunci
Dom. Mar 29th, 2020

Cani Arrabbiati: il terrore liquido di Mario Bava

Italia, agosto 1973. Sul desolato tratto di autostrada Civitavecchia-L’Aquila, una Opel Rekord Caravan azzurra sfreccia sotto il cocente sole estivo. Al suo interno Riccardo Cucciolla, Maurice Poli, George Eastman, Don Backy e Lea Kruger continuano a sudare copiosamente sui consumati sedili in pelle, stretti secondo le istruzioni di Mario Bava, che li inquadra a distanza ravvicinata.

Protagonisti di un anomalo road-movie tra il poliziottesco e il thriller, questi sporchi Cani Arrabbiati oltrepassano qualsiasi limite, e non solo di velocità o di decenza. Il Dottore, Bisturi e Trentadue (questi i nomi, o meglio nomignoli dei tre rapinatori/assassini), oltre a essere infatti mossi soltanto da un animalesco spirito di sopravvivenza, sembrano spingere fuori strada anche la stessa filmografia di Bava, che non aveva mai visto nulla del genere.

Habitué del cinema di genere italiano (dall’horror alla fantascienza, passando per il western e la parodia: chi si ricorda Le spie vengono dal semifreddo?), professionista degli effetti speciali e artigiano del set, il tuttofare sanremese aveva esplorato castelli, lo spazio aperto o luoghi anonimi, ma mai aveva compiuto un film così contemporaneo, o meglio presente: e per la vicenda esposta, e per il modo in cui viene raccontata. Dopo avere velocemente mostrato la rapina in banca, la fuga dei tre a bordo di un’auto, l’accoltellamento di una donna e il rapimento di un’altra (il personaggio della Kruger), si arriva subito trafelati e col fiatone – e già parecchio sudati – al luogo cardine di tutta la vicenda: la sopracitata Opel, il cui malaugurato autista (Riccardo Cucciolla) viene obbligato a condurre i malviventi fuori città. Poco importa, per ora, che a bordo ci sia anche un bambino sedato, avvolto in una coperta.

Da questo momento dalla macchina non si esce più (se non per fare pipì… o cercare la morte). Per l’intera durata del film, Bava mette in scena una folle fuga verso la salvezza, che tra dialoghi senza mezzi termini – e apparentemente senza soluzione di continuità – e la personificazione ripugnante degli istinti (essendo i personaggi ridotti ognuno a un mero impulso, e poco altro), compie la sublimazione del terrore nella sua forma liquida, in un tripudio di sangue, sudore, vomito e profluvi di ogni tipo (il succo d’uva non è mai stato così terrorizzante). Il tutto mentre l’istanza narrativa costringe lo spettatore a vivere per un’ora abbondante lo stesso tempo che l’improbabile gang trascorre stretta sotto l’abitacolo.

Irrequieti, sporchi, scorretti: come animali maltrattati che alla violenza sanno rispondere solo con altrettanta violenza, qualcuno ha voluto leggere questi Cani Arrabbiati come il presagio funesto del rapimento di Aldo Moro. Paragone azzardato o meno, se si dovesse leggere sintomaticamente il film in questa prospettiva, si potrebbe allora aggiungere che più che le Brigate Rosse è il terrore stesso degli anni di piombo che sembra aggirarsi nella asfissiante aria in circolo. Perché il terrore immobilizzante, e inspiegabile, viene da ciò che si pensava di conoscere (e non finisce mai di svelare, o farci ricredere, fino alla fine – sulla veridicità della vicenda e le istanze che muovono i protagonisti-pedine). E la capacità decisionale viene meno, presi come si è dalla smania di razionalizzare.

Un viaggio interminabile è stato, ironicamente, anche la fortuna del film: girato appunto nel 1973, all’epoca non fu mai distribuito a causa del fallimento del produttore Roberto Loyola. Rimasto nel dimenticatoio fino agli anni Novanta, il film è stato proiettato per la prima volta nel 1995 a Milano con il titolo Semaforo Rosso, in una edizione curata dalla Spera Cinematografica e da Lea Kruger stessa. Non essendo questa edizione conforme alla volontà di Lamberto Bava (figlio del regista e aiuto regia sul set), il film è poi uscito in una nuova edizione home video nel 1998 secondo le indicazioni della sceneggiatura originale. Da questo momento si sono poi susseguite diverse versioni per diversi mercati nazionali, portando il film a collezionare sei finali diversi.

Bianca Ferrari

Annunci

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: