Prima dell’adattamento del 2007 diretto da Francis Lawrence, il romanzo di Richard Matherson Io sono leggenda, è giunto nelle sale in altre versioni, più o meno fedeli all’opera matrice. Dai classici liberamente ispirati quali L’alba dei morti viventi (1968) di George Romero o 28 giorni dopo (2002) di Danny Boyle, fino al più recente e muscoloso action apocalittico capitanato da Will Smith, la parabola che vede un minuscolo brandello di umanità fronteggiare il vuoto e gli scarti violenti dell’apocalisse ha saputo plasmare varie riflessioni riguardo la natura dell’uomo e le tensioni che la animano.
A precedere tutto questo, però, fu la volta de L’ultimo uomo sulla terra (1964): un progetto sviluppatosi attraverso un percorso tortuoso, inizialmente prodotto da casa Hammer e successivamente, in seguito a varie vicissitudini, trasferito in Italia e realizzato tra gli studi della Titanus e gli austeri ambienti dell’EUR per la regia di Ubaldo Ragona (nonostante i credits americani riportino Sidney Salkow).

Il risultato è uno strano ibrido che coniuga il taglio del gotico all’italiana all’atmosfera che permea i prodotti del celebre studio britannico; un rudimentale zombie movie che poco ha a che vedere con l’orrore romeriano ed il piglio magniloquente della grande produzione di Lawrence. Un racconto tragico dai toni cupi, il cui tema principale può essere individuato in un estenuante tentativo di resistenza alla solitudine.

Un uomo, il dottor Robert Morgan (Vincent Price), si trova privato del proprio mondo e della propria vita, oltre che degli affetti più cari ed insostituibili, quello della moglie e della figlia contagiate e distrutte da un morbo che trasforma gli esseri umani in vampiri. In una città deserta e disseminata da innumerevoli corpi spalmati sulle strade, che probabilmente hanno ispirato Liliana Cavani e i suoi Cannibali (1970), Morgan vaga in cerca delle creature che tormentano le sue notti al fine di eliminarne quante più possibile. I suoi spostamenti solitari sono scanditi dalla successione di azioni meccaniche, abitudinarie, che gli consentono la sopravvivenza ma che non celano il denso strato di apatia in cui è immersa questa non-realtà. I gesti alienanti che prendono forma sullo schermo vengono accompagnati da un’insistente voice over che da racconto didascalico dei pensieri del personaggio, si fa ben presto sottolineatura del magma silente che lo avvolge.

Solo il dolore trova la forza di insinuarsi nella gelida quotidianità di un uomo che si trova costretto a rimpiangere un passato ormai sommerso e irrecuperabile. Questo stato di monotonia in bianco e nero viene scosso dall’inattesa apertura di uno spiraglio di luce nella vita di Robert, un timido scorcio dal quale si insinua il bene supremo, ma anche male peggiore, di chi cerca disperatamente un modo per superare la propria sofferenza: la speranza.
La comparsa della giovane Ruth e la scoperta di una società di individui in grado di resistere agli effetti del virus, grazie ad un vaccino in grado di tenerne sotto controllo gli effetti, riaccende nella mente del dottore la possibilità di guarire la moglie e recuperare parte della sua vita perduta.
Ed è qui che si inaugura il dramma ultimo del protagonista, la cui possibilità di recupero di un passato radioso, lontano ma mai dimenticato, si trova costretta a crollare sotto l’ineluttabilità del cambiamento.

Il sorgere di una nuova “umanità” che in lui vede il proprio nemico rappresenta la dissipazione di ogni possibilità di restauro. La triste coscienza che nulla sia eterno e che, malgrado le nostre sconfitte, la vita sia destinata a proseguire, annichilendo le illusioni ed imponendo la propria dura ragione.

Andrea Pedrazzi