Sab. Set 19th, 2020

Segnali dalla quarantena: cinema e epidemie

In una situazione di stallo fisico ed emotivo, in cui sembra impossibile distanziare anche le più piccole attività quotidiane dalle evoluzioni del mondo esterno, anche la passione cinefila viene contagiata e modificata dalle circostanze. Pertanto, in un momento in cui pare impossibile allontanare il peso della realtà, ci affidiamo al poter catartico della scrittura cercando di individuare i vari modi in cui il cinema ha saputo elaborare il concetto di epidemia, riportandovi di seguito cinque casi esemplari estrapolati dalla storia del cinema più o meno recente.


ll demone sotto la pelle: l’epidemia come deflagrazione degli istinti

Da un regista come David Cronenberg non possiamo che aspettarci la declinazione più carnale e perturbante della diffusione di un’epidemia. In questo caso, la sorgente del racconto è rappresentata da uno scienziato, Emi Hobbs, che al fine di risvegliare gli istinti sopiti dalla razionalità umana utilizza gli effetti di un parassita in grado di generare la deflagrazione delle pulsioni sessuali nell’organismo che lo ospita. Il risultato è un peculiare zombie-movie in cui gli infettati non cercano vittime da divorare al fine di placare la loro fame insaziabile, bensì corpi dai quali trarre piacere in modo incontrollabile. Cronenberg, con il suo primo film distribuito a livello internazionale dopo le sperimentazioni di Stereo (1969) e Crimes of the Future (1970), approda definitivamente alla dimensione di quel terrore epidermico e perverso che diverrà nei decenni a seguire il marchio riconoscibile del suo cinema. Quell’erotismo malato in grado di suscitare fascino e repulsione in egual misura e che in questo film del 1975 trova la sua sintesi più pura, inserito in un racconto i cui personaggi vengono travolti da un’incontenibile sentimento che porta con sé attrazione e distruzione. Un preludio anche del disagio che dai lì a qualche anno sarebbe stato riconosciuto globalmente come AIDS e che in maniera apparentemente inconsapevole già si insinuava nelle pieghe del terzo lungometraggio di David Cronenberg, diventando anzitempo materia oscura per i suoi incubi.


Todo Modo: l’epidemia come arena narrativa

Elio Petri si trova nel 1977 per la seconda volta nella sua carriera a trarre liberamente spunto da un romanzo di Leonardo Sciascia (dopo l’intensa lotta all’omertà inquadrata in A ciascuno il suo dieci anni prima). Nel suo lavoro di adattamento, il regista italiano sfrutta la presenza di un misterioso virus per delineare i limiti claustrofobici entro i quali ambientare la serrata successione di intrighi e svelamenti che costituiscono la trama su cui si dispiega l’opera. Nella necessità di trovare rifugio da un mondo contaminato da un morbo che ha già mietuto molte vittime, un gruppo di uomini di potere affiliati al partito della Democrazia Cristiana si riunisce nell’angusto eremo sotterraneo denominato Zafer. Il virus è lo strumento che assembla gli elementi indispensabili allo scaturire della storia, causandone l’attrito e costringendoli a reagire, dimostrando che per quanto l’esterno sia insalubre, il pericolo si può insinuare in altre forme anche in una fortezza invalicabile. La naturale conseguenza è un’azione circoscritta ed incalzante, che cerca le proprie più nobili aspirazioni nel territorio dell’analisi spietata e grottesca del contesto politico coevo, per quanto “Todo modo para buscar la voluntad divina” sia un motto che trova la propria risonanza anche nel panorama contemporaneo. Una schiera di capomastri della recitazione italiana (da Marcello Mastroianni a Mariangela Melato e Gianmaria Volonté, solo per citare i più noti) si muovono accerchiati dalle tetre scenografie post-moderne curate da un Dante Ferretti in forma strepitosa, dando vita ad un apologo macabro e angoscioso.


Rosso Sangue: l’epidemia come stato d’animo

Nel 1986, con il suo secondo lungometraggio, il regista francese Leos Carax delinea un mondo immerso in un’atmosfera crepuscolare. Il passaggio di una cometa causa eventi atmosferici innaturali e soprattutto genera la diffusione di un virus che colpisce chiunque faccia l’amore senza provare sentimenti. Il giovane protagonista Alex (Denis Lavant alla sua seconda collaborazione consecutiva con Carax) sarà incaricato di sottrarre alla non meglio definita “americana” l’unico antidoto esistente. Trama che pone le basi di quello che potrebbe facilmente essere un heist movie distopico, ma che nelle mani di questo autore assume l’aspetto di un torbido melodramma surreale. Il virus costituisce una premessa, l’espediente per settare il tono malinconico di un mondo decadente, spoglio e scarsamente popolato. Nient’altro che lo sfondo ideale per la rappresentazione di una storia d’amore tanto casuale quanto potente, un’esternazione delle pulsioni dolorose e degli stati d’animo tormentati dei personaggi che si riflettono sugli spazi nei quali essi si muovono. Il film che segna l’esordio attoriale di Juliette Binoche (poi tornata a lavorare con Carax e di fianco a Lavant nel film successivo Les Amants du pont-Neuf), nei panni dell’affascinante Anna, nuovo e autentico oggetto irraggiungibile del desiderio di Alex, motivo di frustrazione e di giubilo in grado di generare il tumultuoso sentimento che costituisce il cuore pulsante del film. Un rapporto che si consuma come un’incandescente fiamma a combustione lenta, ma inesorabile e devastante.


L’alba dei morti dementi: l’epidemia come caos, maturazione e consapevolezza

Shaun è un uomo che conduce un’esistenza monotona e priva di particolari stimoli. Una convivenza travagliata con Pete ed il migliore amico Ed, una relazione apatica e superficiale con la fidanzata Liz e ed un rapporto conflittuale con il patrigno Phillip sono le coordinate su cui è impostata la rotta della sua vita. Shaun è praticamente un morto vivente, solo che non se ne rende conto. Servirà proprio un’epidemia zombi a smuoverlo dalla sua asettica quotidianità, costringendolo ad affrontare gli aspetti della sua vita lasciati pigramente in sospeso. Edgar Wright sfodera una straripante parodia del classico romeriano per definire la parabola di maturazione di un incapace a vivere che, trovandosi gettato nel caos apocalittico, trova il coraggio ed il modo di superare le perniciose abitudini di una vita apparentemente agiata e mostra come ciò possa essere difficile quanto sopravvivere alla fine del mondo. Il timbro è quello inconfondibile dell’autore britannico, anarchico, tanto crudo e violento quanto esilarante nella sua implacabile ironia. Elemento quest’ultimo, sorretto principalmente dal fidato Simon Pegg (anche sceneggiatore del film); corpo e mimica fondamentale per la conversione di un emoglobinico dramma pestilenziale in sagace commedia gore. Non tutti i mali vengono per nuocere e Wright ci racconta di come anche un clima catastrofico possa rivelarsi un interludio fertile per la maggiore comprensione di noi stessi, delle nostre possibilità e dei nostri bisogni.


The Host: l’epidemia strumento di repressione

Il film che prima delle collaborazioni americane ha consolidato il successo planetario dell’ormai celebre e blasonato regista coreano Bong Joon-ho. Quando da un laboratorio vengono scaricate nelle acque pubbliche delle dosi massicce di formaldeide, la conseguenza più ovvia in un film asiatico è che questo atto di negligenza torni a gridare vendetta assumendo i tratti di una creatura anfibia di dimensioni innaturali, la quale emergerà dalle acque del fiume Han per seminare il terrore tra gli ignari abitanti di Seul. Evento che scatenerà la reazione dei responsabili della catastrofe, i quali fugheranno ogni sospetto diffondendo il timore per un virus inesistente attribuito alla mostruosa creatura. Un’epidemia che quindi viene concepita come strumento di repressione per le azioni della popolazione e come catalizzatore dell’attenzione dei media. Nel dipingere una tragedia collettiva Bomg disegna un dramma grottesco dai toni orrorifici, in cui degli improbabili eroi sono chiamati ad essere gli unici portatori di verità. La paura per un virus sconosciuto cede solo di fronte al dolore di chi, derubato dell’affetto più grande, si trova a dover fronteggiare la beffa della mistificazione. Da qui nasce lo slancio disperato e claudicante di Park Gang-du (di cui Song Kang-ho, attore feticcio di Bong, veste i sudici panni) verso l’abbattimento dell’ingiustizia e per il ritrovamento della vita perduta, o quantomeno verso la conquista della forza per ricominciare a vivere malgrado l’iniquità del mondo.

Andrea Pedrazzi

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