Una delle pratiche più seccanti e a quanto pare ineludibili per chi scrive di cinema è (oltre a quella di citare titoli storpiati di film) quella di cercare sempre il “capostipite” di un determinato genere, il film dal quale far partire un certo filone.

Parlando di cinema di impegno sociale il primo nome che viene in mente è giustamente Le mani sulla città di F. Rosi del 1963, uno dei migliori di sempre. 

Eppure una decina d’anni prima lo stesso Rosi aveva scritto con il grande Luigi Zampa, sempre sia lodato, lo splendido Processo alla città: film dal retrogusto neorealista che racconta in bianco e nero vicende che Sciascia qualche anno dopo avrebbe narrato con i colori caldi della Sicilia.

L’ affaire Ruotolo è il tipico caso di “delitto passionale” a priori, uno dei mille crimini che finiscono in quell’armadio traboccante di faldoni dall’etichetta “contro ignoti”.

Il giudice Antonio Spicacci con la sua ostinazione e il suo senso del dovere è un personaggio donchiscottesco che combatte contro i giganti del “non posso fare nomi” e “non si riesce ad avere una prova”, dei prestanome e dei poveri ladruncoli.

La scena si apre con la meraviglia gotica, dantesca dei palazzi napoletani (quello inquadrato mi pare il palazzo Sanfelice), con quelle scale e quelle geometrie che paiono quasi impossibili, escheriane, e continua esplorando le case decadenti e lascive della Napoli dabbene.

Se la colpa di Spinacci è quella di “vedere camorra dappertutto” le sue ricerche aprono, come sempre in questi casi, il vaso di Pandora del clientelismo degli insospettabili, delle collusioni tra le istituzioni e il mondo del crimine.

Fin dall’inizio lo sconsolato commento del giudice: “la giustizia non può combattere contro delle ombre” sembra anticipare la sfilata di fantasmi che verranno interrogati nel corso di tutto il film, maschere di una finzione spietata che copre responsabilità, cambia il corso degli eventi, occulta tutto ciò che passa tra le sue mani.

Il cinema di Zampa colpisce sempre per la schiettezza dei dialoghi, lucidi e taglienti, che sotto l’apparente semplicità nascondono una critica frontale e spietata al mondo rappresentato nei singoli film. In questo caso una frase al vetriolo: “si inizi a fare pressione sulla polizia invece che sulla magistratura” basterebbe oggi, in anni più democristiani e puritani che non gli anni ‘50, a far levare grida di scandalo e richieste di censura.

“Processo alla città” a quasi settant’anni dalla sua uscita non ha perso lo smalto dei grandi film di impegno civile e d’indagine… da non perdere!

P.S. Sul cinema di Zampa dovremo tornare presto su queste pagine…

Marco Lera