In questo momento di emergenza il nostro staff ha deciso di aprire una nuova rubrica settimanale. Vi consiglieremo alcuni film da vedere durante la settimana, vi indicheremo dove reperirli facilmente rimanendo a casa. Stiamo tornando alla normalità, un passo dopo l’altro. Per adesso… gustiamoci del buon cinema!


Secretary (2002)

Regia: Steven Shainberg
Con: Maggie Gyllenhaal, James Spader
Durata: 104 min
Piattaforma: Netflix 

Piccola rivelazione al Sundance 2002, dove gli fu conferito il premio “per l’originalità”, Secretary era troppo unico per sbancare al botteghino ed abbastanza particolare per fare breccia nei cuori di un nutrito gruppo di cultori; anche nella Hollywood in subbuglio di oggi c’è poco o nulla che possa competere con la storia sado-maso di Lee Holloway e del suo capo Mr. Grey (ispiratori involontari di una vicenda simile in 50 sfumature di grigio) quanto a capacità di trattare le diversità sessuali con dolcezza e ironia – raffinato doppio ritratto psicologico che si profila sullo sfondo di una suburbia grottesca, segreta, dolente ma esilarante, che ricorda non poco quella di David Lynch. Non a caso Angelo Badalamenti è in colonna sonora, pronto ad accarezzare con voluttà i nostri centri nervosi, ma alla pari col perfetto James Spader deve accontentarsi del secondo posto: questo è il film di Maggie Gyllenhaal, tanto immensa nella recitazione quanto sprezzante del pericolo (ruoli simili, soprattutto al femminile, hanno distrutto carriere) e resta forse l’emblema della curiosità e della vivacità intellettuale che hanno caratterizzato tutto il suo percorso. 


Giovane e bella (2013)

Regia: François Ozon
Con: Marine Vacth e Charlotte Rampling
Durata: 90 min
Piattaforma: Netflix, Amazon Prime Video


La scoperta della sessualità da parte di un’affascinante adolescente francese è, molto brevemente, la trama del film di François Ozon. Ma nei suoi soli 90 minuti Giovane e bella si dimostra una riflessione sensibile e appassionata sul rapporto col proprio corpo e, più in generale, sul modo di vivere la propria femminilità.

Con il coraggio che lo contraddistingue, Ozon parla di un “essere donna” libero, svincolato da etichette, che sceglie felicità e soddisfazione, che guarda ai canoni tradizionalmente accettati per scardinarli. Un film che sceglie di non raccontare una situazione – o condizione – universale, ma piuttosto di dar voce e forma a stati d’animo turbati a cui spesso si guarda con distacco e lontananza.


Un chant d’amour (1950)

Regia: Jean Genet
Con: Lucien Sénemaud, Bravo, Jean Genet, André Reybaz, Java, Coco Le Martiniquais
Durata: 26 min 
Piattaforma: YouTube

Puro desiderio debordante da corpi che non hanno bisogno del fraintendimento della parola. Questa è stata la sessualità segreta dello scrittore Jean Genet, che ha riversato la sua vita dal carcere al suo unico distillato tentativo di regia cinematografica.

Così sincero e così scomodo, Un chant d’amour ha avuto una vita distributiva travagliata nonostante fosse stato destinato inizialmente, dato il contenuto omoerotico se non pornografico, a una circolazione privata per pochi collezionisti.

Contrabbandato da Jonas Mekas, rifiutato dai distributori, bandito per oscenità, martoriato dai tagli concessi dal produttore, arriva infine ai giorni nostri nella versione integrale del British Film Institute con la colonna sonora di Simon Fisher Turner (2003).

La musica, il cui valore aggiunto non era stato preso in considerazione dall’autore in favore del silenzio, lascia sospendere in aria il fumo che si insinua tra le spesse pareti che separano i carcerati. Le mura stesse diventano parte dello scambio erotico mentre la guardia spia la loro danza onanista. Incalza un suadente ritmo tribale che fa dei prigionieri un corpo solo. Finché la violenza stridente del secondino intruso non provoca l’evasione onirica, dalla cella e dalla narrazione. Ci consola il fiore melanconico degli amanti in cattività.

Lorenzo Meloni
Diana Napolitano
Giulia Silano