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Gio. Lug 16th, 2020

“Le tre teste di Modigliani” – La bischerata del secolo

Amedeo Clemente Modigliani, noto anche con lo pseudonimo di Modì, nacque a Livorno il 12 luglio del 1884, fu tra i più celebri artisti dei primi del ‘900,  a livello europeo, più che nazionale. Celebri sono soprattutto i suoi sensuali nudi femminili e i ritratti caratterizzati da volti stilizzati, colli affusolati e sguardo spesso assente, in genere con uno stile riconducibile all’arte africana.         

  
Sebbene si formò in Italia, è soprattutto a Parigi che l’artista preferì vivere, in quanto all’epoca la capitale francese era il fulcro europeo delle avanguardie artistiche, e qui entrò in contatto con artisti del calibro di Pablo Picasso, Maurice Utrillo, Max Jacob, Jacques Lipchitz, Chaïm Soutine, e con alcuni letterati come Giuseppe Ungaretti.       
Artista bohémien, Modigliani incarnava alcuni tratti dell’artista maledetto, la cui vita si concluse, in parte per le condizioni di salute, in parte per la vita dissoluta, alla giovane età di trentacinque anni il 24 gennaio 1920, presso l’Hopital de la Charité di Parigi.    

  
Nel luglio 1984, a Livorno si tennero i festeggiamenti in occasione del centenario della nascita del loro defunto concittadino, con una mostra a lui dedicata. Curatori dell’esposizione furono i fratelli Dario e Vera Durbè, uno direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e l’altra direttrice del Museo Progressivo d’Arte Contemporanea di Villa Maria, a Livorno. Fu infatti proprio a Villa Maria che venne ospitata la mostra, che tuttavia rischiò di essere un fallimento a causa dell’esiguo numero di opere esposte (a Livorno arrivano solo 4 delle 26 sculture riconosciute all’artista) e del poco interesse da parte del pubblico.


Spinta da questa situazione Vera Durbè decise di dare credito a una leggenda secondo la quale, nel 1909, Modigliani, deriso dalla città e dagli amici artisti, decise di gettare nel Fosso Reale alcune sue sculture prima di tornare a Parigi. Ottenute le autorizzazioni dal Comune, nel giro di poco tempo iniziarono le operazioni di dragaggio. Dopo alcuni giorni di ricerche infruttuose, i livornesi cominciano a farsi gioco dell’operazione voluta dai fratelli Durbè, tuttavia, pochi giorni dopo, vennero ritrovate nel canale, nei pressi della zona di piazza Cavour, tre teste scolpite in uno stile che a prima vista richiamava quello del Modigliani di quegli anni. L’eccezionale scoperta divise immediatamente i critici d’arte: da una parte Federico Zeri che negò subito l’attribuzione, e dall’altra Dario e Vera Durbè, e ancora Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi che attribuirono le teste con assoluta certezza a Modigliani.         


Un mese dopo il ritrovamento, tre studenti universitari livornesi, Pietro Luridiana, Michele Ghelarducci e Pierfrancesco Ferruccisi, si presentarono alla redazione del settimanale Panorama dichiarando la burla e presentando come prova della falsificazione una fotografia che li ritrae nell’atto di scolpire una delle teste (la numero 2). Aggiunsero inoltre di aver impiegato semplici attrezzi, come un cacciavite e un martello, di certo non gli attrezzi di uno scultore professionista.          


Di fronte alle perplessità suscitate i tre furono invitati a creare in diretta un nuovo falso, durante uno Speciale TG1, al fine di dimostrare con i fatti la loro capacità di realizzarlo in “così poco tempo”, come riteneva invece impossibile Vera Durbè, la quale fino alla morte rimase (apparentemente) convinta, dell’originalità delle tre teste.   


Successivamente, anche a seguito dell’invito rivolto in televisione da Federico Zeri, pure l’autore delle altre due “teste” uscì dall’anonimato; si trattava di Angelo Froglia, pittore livornese e lavoratore portuale, il quale dichiarò che la sua più che una burla voleva essere « […] un’operazione estetico-artistica per verificare fino a che punto la gente, i critici, i mass-media creano dei miti».


Ad avvalorare la posizione di Froglia vi era un suo filmato durante il quale scolpiva le due teste. Froglia, mentre incideva le pietre, realizzò anche il film Peitho e Apate… della persuasione e dell’inganno (Cerchez Modi), che suscitò l’interesse della critica al Torino Film Festival del 1984.     
L’episodio delle finte teste di Modigliani ha dato una forte scossa alla critica dell’arte, che in alcune occasioni si pone eccessivamente entusiasta riguardo certe opere senza approfondire o condurre accurate indagini, mostrandoci come a volte il concetto di opera d’arte non è sempre ben definito

Tommaso Amato

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