Confermando l’attenzione che l’occidente sta dedicando al cinema coreano negli ultimi anni, suggellato ufficialmente dal trionfo di Parasite di Bong Joon-Ho alla notte degli Oscar lo scorso febbraio, ma accompagnato altresì dagli eccellenti riscontri di opere come Burning – L’amore brucia (Beoning, 2019) di Lee Chang-Dong o Mademoiselle (Ah-ga-ssi, 2016) di Park Chan-Wook, la Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia ha presentato fuori concorso nella giornata di apertura il film Notte in paradiso (Nak-won-eui-bam).

Il regista Park Hoon-Jung, pur non potendo contare sulla fama dei connazionali citati in precedenza, vanta una filmografia tutt’altro che trascurabile e un’impronta pulp ormai ampiamente consolidata. E ciò che traspare da questa sua ultima fatica è proprio la sicurezza nei mezzi acquisiti, da cui deriva il coraggio di osare, di spingere e di rafforzare la contrapposizione tra linguaggi e generi differenti (in questo caso l’action nella sua frangia più sanguinosa e del melodramma più struggente), i quali non vengono qui sintetizzati in un tono ibrido, ma alternati in maniera frenetica ed improvvisa al fine di marcare la duplice entità dei sentimenti rappresentati. Notte in paradiso racconta la fuga di Tae-gu (Eom Tae-goo), giovane gangster costretto all’esilio dopo l’aggressione quasi mortale di un boss. Da questa premessa si snoda una trama complessa ma esposta chiaramente, in cui il senso di pericolo e l’asprezza delle brutalità commesse dai personaggi si evolvono di pari passo con la riscoperta e l’intensificazione dei loro legami.

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Tanto dinamico e tracotante nella raffigurazione della violenza, quanto intenso e concentrato nel concedere la giusta enfasi alle sequenze più statiche, intime e romantiche. Un accostamento stridente all’apparenza, ma in realtà estremamente efficace nel restituire l’ambiguità di un mondo che non concede tregue e gli stenti di personaggi che sentono la propria fine come prossima, tanto da avere smarrito ogni senso di attaccamento alla vita. E proprio in questo alone crepuscolare l’incontro tra Tae-gu e Yae-yeon (un’intensa Jeon Yeo-been) diventa motivo di resistenza per entrambi, i quali trovano nella reciproca presenza una linfa rinvigorente in grado di restituire loro la forza di opporsi all’inevitabile epilogo delle loro esistenze.

E anche con il concretizzarsi di questo fato crudele, ciò che resta è la consapevolezza di avere ritrovato, per orgoglio o vendetta, un istante di libertà, di rivincita nei confronti dell’apatia annichilente. Una rivendicazione di possesso nei confronti della vita stessa, che può essere interrotta alle proprie condizioni, ma non prima di avere pareggiato i conti con essa e aver restituito il dolore subito.

Andrea Pedrazzi