Avete ancora un giorno per deliziarvi con il meraviglioso The sky over Kibera di Marco Martinelli in programma nel Ravenna Nightmare Film Festival. Quindi vi direi di andare subito a vederlo e poi di tornare qui per sapere se la pensiamo allo stesso modo.


Kibera, lo sconfinato slum ai margini di Nairobi, è probabilmente uno dei posti di questo pianeta che più si avvicina all’idea che possiamo farci di Inferno. Strade di terra che diventano fiumi non appena c’è un temporale, tetti di lamiera che amplificano il battere della pioggia, cumuli di immondizia che ricoprono ogni cosa. “C’è il cielo sopra Kibera?” è una domanda che istintivamente si farebbe chiunque dopo giorni passati a guardare in basso per poter avanzare tra i sentieri inondati che la attraversano.


Quella di Martinelli non è solo una trasposizione della Comedia in terra africana o una rivisitazione in chiave moderna del capolavoro dantesco, ma una riappropriazione del messaggio che sta alla base del viaggio del poeta: “Dal buio alla luce… attraverso la sofferenza”, come ha dichiarato lo stesso regista. A questo mi permetto di aggiungere un piccolo appunto che ho preso non appena ho visto i primi volti dei bravissimi attori e attrici: se non ci fosse sempre una scintilla di Paradiso da qualche parte nell’Inferno (in quanto redenzione potenziale, speranza inestinguibile) e viceversa (in quanto monito diretto alla responsabilità dell’azione) non ci sarebbe nessun motivo per intraprendere il cammino.


Gli oltre 100 ragazzi e ragazze che compaiono nel documentario sono “il Paradiso dentro l’Inferno”, sono l’umanità intera. Passata, presente e futura.
La Comedia a Kibera si trasforma di volta in volta in un gospel, una aka, in un gioco in cui tutti possono essere a turno Dante, Beatrice o il diavolo perché l’Italia di Dante è a Kibera, tutto il mondo è a Kibera o, se preferite, Kibera è il mondo. In questo mondo neppure i diavoli riescono a restare sempre seri e ad essere minacciosi al cento per cento: a qualcuno infatti scappa un sorriso di fronte allo strano uomo dalla pelle chiara accompagnato da quel tale che dice di chiamarsi Virgilio.


Il documentario di Martinelli è un susseguirsi di sequenze memorabili, come quella in cui John ci accompagna per le strade dell’inferno sotto un cielo post-apocalittico, o quella del girone dei politici corrotti rivisitato in chiave “Kenia’s got talent”, o ancora la marcia di uscita dallo slum sotto il segno dell’Angelic Butterfly, solo per citarne tre. Vorrei chiudere con una citazione (per far vedere che ho studiato) da Le città invisibili che mi pare possa fare da didascalia finale a The sky over Kibera:


L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello
che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce
facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di
non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e
approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in
mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Uno dei migliori documentari degli ultimi anni. Non perdetevelo.

Marco Lera