Con la carriera di Theo Angelopoulos ormai al tramonto, il cinema greco contemporaneo sembrava rischiare di cadere nell’irrilevanza, finché il successo di Yorgos Lanthimos con Dogtooth (2009), solo di recente distribuito in Italia, non ha aperto le porte a produzioni europee (The Lobster, Il sacrificio del cervo sacro) e statunitensi, culminando con dieci candidature agli Oscar per La favorita.

Attorno al regista ateniese si è espansa una rete di giovani autori – “new wave greca”, “nuovo cinema greco” o “new greek weird wave” – accumunati dalla poetica dell’alienazione, dopo la crisi economica che ha duramente colpito la Repubblica Ellenica: Athina Rachel Tsangari (produttrice delle sue prime opere), Christos Nikou (aiuto regista in Dogtooth), e ancora Alexandros Avranas, Michalis Konstantatos e Babis Makridis.

Ed è con quest’ultimo cortometraggio scritto con Efthymis Filippou, prodotto da BMW Mini e ideato da David Kolbusz dell’agenzia pubblicitaria londinese Droga5 (un nome, una garanzia), che Lanthimos applica il proprio timbro autoriale come un marchio, quasi a imitare se stesso in questo indecifrabile gioco di imitazioni che inizia dal titolo stesso e dalla sua restituzione grafica a cura di Vasilis Marmatakis e Maria Escoto. “Nimic” (in lingua rumena “niente“) si fonde con “mimic”, l”imitatrice” che l’àtono padre di famiglia protagonista, interpretato da Matt Dillon, incontra sulla metro dopo una giornata di prove al violoncello con l’orchestra. Da questo incontro si svela un enigmatico congegno narrativo azionato dalla frase-chiave: “Do you have the time?”. Espressione per chiedere l’ora esatta, ma nella struttura ricorsiva che fa funzionare quest’ultimo carillon paradossale di Lanthimos, è anche da intendere testualmente: “Hai il tempo?”, mima con sguardo liquido DaDaphne Pat Kia nel ruolo del doppleganger surrogato che rielabora gli spunti lasciai da Alps .

Seppur libero dalla presenza del product placement, ormai fenomeno fastidioso all’occhio dello spettatore, a sua volta il marchio di Mini riproduce sé stesso attraverso il marchio di Lanthimos. Nimic si inserisce nel filone, in origine nato dalla sinergia tra cinema e settore della moda, dei brand-founded short film, cortometraggi commissionati da marchi commerciali.

Che sia un brand film o, per usare un ossimoro, un “lungo ident”, audiovisivo breve diffuso nei media di broadcasting con lo scopo di condensare l’identità di un brand, sarebbe sbrigativo tacciare il regista di essersi “venduto”. Prima di Nimic ci sono stati tra gli altri Wes Anderson e Roman Polanski per Prada, Spike Jonze per Kenzo, Luca Guadagnino per Carine Roitfeld e, di recente, per Ferragamo. Eppure il cinema mica è morto, anzi ha trovato nuove occasioni di dialogo con i settori della pubblicità e della moda conquistando nuove audience e canali distributivi, affiancatisi a quelli tradizionali dei festival.

Con la riapporpriazione della forma-spot, Lanthimos esporta e condensa in una dozzina di minuti un concetto ricorrente della sua filmografia e del nuovo cinema greco, la crisi dell’individuo, attraverso gli elementi stilistici che hanno reso riconoscibile il suo tocco: direzione degli attori che procede per negazione delle emozioni, personaggi rinchiusi dietro spioncini-grandangoli in attesa di un deus ex machina, musica orchestrale che affetta le inquadrature scandendo il ritmo del montaggio ellittico, l’occhio clinico della macchina da presa che si avvicina con apprensione o distorce la realtà con la panoramica laterale.

Così Nimic, aggiornato al contesto internazionale de La favorita e Il sacrificio del cervo sacro, ci intrappola di nuovo nella recita della crudeltà di Kinetta, nella minaccia domestica di Dogtooth, nell‘identità surrogata di Alps e nella distopia dei sentimenti di The Lobster.

Giulia Silano