Jacopo Robusti, detto Tintoretto, nacque a Venezia nel 1518, e vi morì il 31 maggio 1594. Rinomato artista veneto, è considerato uno dei massimi esponenti dell’arte manierista. Il soprannome “Tintoretto” gli derivò dal mestiere paterno, tintore di tessuti di seta. Per la sua energia fenomenale nella pittura è stato soprannominato “il furioso” o “il terribile”, come lo definì il Vasari per il suo carattere forte, e il suo uso drammatico della prospettiva e della luce lo ha fatto considerare il precursore dell’arte barocca.        

Tra le opere dell’artista degna di una nota particolare, nonostante non sia molto conosciuta, vi è di certo la tela di San Giorgio, san Luigi e la principessa, dipinta intorno al 1553, in quello che è noto come il “gruppo pittorico dei camerlenghi”. Commissionata da Giorgio Venier e da Alvise Foscarini, il soggetto doveva di certo essere obbligatoriamente legato ai santi omonimi dei funzionari (Alvise è la forma veneziana di Luigi).
Il riflesso della principessa sulla lucente corazza di san Giorgio rappresenta un tocco virtuosistico, ed evoca il dibattito di sempre in corso, noto come “paragone”, sui rispettivi meriti della pittura e della scultura. Coloro che sostenevano la superiorità della scultura dubitavano che un dipinto potesse mai essere in grado, come invece lo era una statua, di rendere più di una singola visione della figura. L’immagine di Tintoretto è una clamorosa risposta in positivo. Inoltre, i diversi colori, tipi di superficie ed effetti luminosi della tela richiamano la convinzione di Leonardo che la scultura fosse semplicemente incapace di riprodurre l’infinita varietà del mondo naturale.     

Nell’ambito corporativo dei camerlenghi, le composizioni di Tintoretto costituirono un distacco radicale dalla formula stabilita con altri artisti. I corpi “tintorettiani” sono imponenti, muscolosi ed energici. Le sue figure assumono una varietà di pose e atteggiamenti studiati; si muovono con gesti ampi e teatrali reclamando, con le loro forme audacemente scorciate, lo spazio circostante; stanno in equilibrio su piedi inclinati o dita piegate. In effetti, il pittore attira particolarmente l’attenzione sulla flessione del piede sinistro di Luigi: il contorno ondulato si staglia su un’ombra fonda, mentre il piede poggiato a piena pianta rimane nascosto. In confronto ad altre versioni contemporanee, come quella di Bonifacio Veronese, che appariva frontale e statica, disposta su una rigida simmetria, l’opera di Tintoretto spinge i suoi dinamici insiemi verso il primo piano, creando l’impressione che essi irrompano dalla superficie pittorica ed entrino nello spazio dell’osservatore. Alcuni elementi infrangono la soglia tra il loro spazio e il nostro: la lancia spezzata di san Giorgio e la testa del drago.  

Tintoretto era un innovatore del suo tempo, e tale spirito ci viene trasmesso non solo dai suoi dipinti ma anche dalle tecniche pittoriche e produttive. Le tele utilizzate, in tutti i campioni, si sono rivelate essere di lino. La scelta della trama non sembra essere dipendente dal tipo di dipinto o dalla sua collocazione: ad esempio, per l’Ultima Cena, Tintoretto ha utilizzato una trama grossolana, nonostante il dipinto sia visibile da una distanza ravvicinata. Non era raro che i dipinti venissero realizzati su tele cucite assieme: i telai dell’epoca potevano infatti realizzare altezze fino a 110 cm. Solitamente, le cuciture venivano effettuate prima dell’esecuzione del dipinto, in modo tale che fossero il più possibile invisibili, e soprattutto che non si trovassero in corrispondenza di parti importanti come mani e volti: era preferibile, inoltre, utilizzare pezze con la stessa trama, per avere una maggiore uniformità. Tintoretto invece pare non prestare attenzione a questi accorgimenti: utilizza ritagli di tela con trame diverse tra loro, con cuciture anche evidenti, come nel caso del volto della Vergine nella Fuga in Egitto.    

Le imprimiture più comuni erano composte da uno strato sottile di gesso e colla, derivate da quelle già utilizzate nella pittura su tavola: il fondo chiaro dava una maggior luminosità ai colori successivamente stesi. Tintoretto preferiva invece un fondo scuro, steso sull’imprimitura a gesso o direttamente sulla tela, ma non si tratta di un colore bruno uniforme, bensì di un impasto ottenuto con i residui delle tavolozze, data la presenza di particelle colorate microscopiche.        

L’artista era solito approntare dei piccoli “teatrini” per studiare la composizione delle opere e l’effetto delle luci: panneggiava le vesti su modellini di cera, che poi disponeva in “stanze” costruite con cartoni, illuminate da candele. Per lo studio degli scorci, appendeva manichini al soffitto dello studio.    
Tintoretto non solo fu tra i più grandi pittori della maniera mai esistiti, ma egli stesso fu un pioniere della pittura, e anticipò, come pochi artisti sono in grado di fare nella storia dell’arte, i tempi e i modi e che porteranno a quel periodo meraviglioso qual è il Barocco.

Tommaso Amato