(Can You Hear Me?)

Tre storie, tre donne, tre amiche. Ada, Caroline e Fabiola, sono le tre protagoniste di un racconto crudo, di una vita di stenti, di un’esistenza allo sbando, immersa nell’ombra di un passato che sembra rincorrerle per le strade malfamate canadesi. Ada fa i conti da sempre con la sua rabbia e con l’incapacità di gestirla, è vittima dei suoi stessi impulsi, dell’utilizzo sfrenato del suo corpo e della sessualità per controllare ciò che di sé non riesce a cambiare, una bambina che gioca a fare l’adulta e che costantemente si espone a grossi rischi, barcamenandosi in un reale in cui la sua esperienza infantile risuona come un rimbombo: una madre alle costole, da sempre patologica, invadente e ingombrante, con problematiche di abuso di sostanze e vittima della prostituzione per guadagnarsi da vivere. Fab è costretta a bruciare le tappe ritrovandosi a dover crescere sua nipote, figlia di una sorella cocainomane che non è in grado di prendersene cura; trascorre le sue giornate accontentandosi di un lavoro mediocre come cameriera e sfogando la sua frustrazione nel cibo. Caro fin dall’infanzia è vittima di un maschile violento, a partire da un padre che per anni picchia la moglie e non risparmia nemmeno la figlia. La giovane vive per mesi in stato di shock nel ricordo del trauma di un abuso da parte dell’attuale compagno, resta incapace di parlare e di esprimere il terrore e l’angoscia di quella violenza, trovando rifugio soltanto nell’alcol. Paralizzata nella dinamica della violenza, si ritrova a convivere con lo stesso uomo che l’ha abusata e con la difficoltà di lasciarlo, subendo quotidianamente l’ira di lui che culmina in liti violente e gravi percosse. 

Apparentemente queste donne sembrano non voler cambiare lo stato delle cose, non hanno intenzione di venire a patti con i loro problemi, non sono in grado di stoppare il meccanismo che in psicologia ha il nome di “coazione a ripetere”, quella predisposizione incoercibile, del tutto inconscia, a porsi in situazioni penose, dolorose e pericolose, senza rendersi conto di averle attivamente determinate, né del fatto che si tratta della ripetizione di vecchie esperienze. Una tendenza che paradossalmente lega le tre protagoniste in un amore sconfinato l’una per l’altra. La psicoanalisi, Lacan in prima battuta, introduce il termine “jouissance” o “godimento”, sostantivo derivante dal verbo francese “jouire”, “godere”, una spinta mortifera e insaziabile che muove il soggetto ad attivare tale ripetizione. Le giovani donne sono avvitate al loro godimento, al tornaconto che ciascuna ottiene a livello inconscio nel riproporre sempre le stesse azioni, gli stessi comportamenti, tutte e tre singolarmente si lasciano sedurre dal fascino di una pulsione di morte che le incatena nel loro stesso godere, senza potersene liberare. Ad un certo punto, avviene qualcosa, un colpo di scena dell’inconscio. Ada, Fab e Caro riescono a sentirsi, ad accogliersi, ad ascoltarsi, ad entrare in contatto con sé stesse; ciascuna, da sola, rintraccia una consapevolezza che finalmente spezza la dinamica della ripetizione. Consapevolezza che, come direbbe Lacan, è nell’ordine del desiderio del soggetto e segue dunque una spinta vitale; la stessa spinta che permette alle tre ragazze di dire STOP, di riuscire a fermarsi provando a fare qualcosa di diverso, a cambiare la loro vita, ad aprirsi ad incontrare l’Altro senza lasciarsi inglobare. Dire basta diviene dunque una scelta, una libertà sana e funzionale di smettere “quando mi pare e piace, in qualsiasi momento”, di decidere di non rinunciare al passato ma di desistere dal seguirlo. 

E non è meraviglioso godere di questa sensazione di libertà, solo ed esclusivamente nostra, e sapere che esiste qualcosa dentro di noi che ci aiuta a diventare quello che vogliamo?

Susanna Mapelli