“E’ tornato”. Con queste semplici parole il ministro della magia Cornelius Caramel (Robert Hardy) ammette il definitivo ritorno di Voldemort. Un’affermazione che arriva troppo tardi, ormai al termine di questo quinto episodio cinematografico di Harry Potter, e che non potrà evitare le sue dimissioni. Questo è infatti l’anno in cui Harry vede la sua popolarità nel mondo magico macchiarsi di dubbi e diffidenza. Il ministro è solo il più noto esponente di quella parte di popolazione magica che non crede (o non vuole credere) a quanto accaduto pochi mesi prima nel cimitero di Little Hangleton. Questo, nonostante le prove che L’oscuro Signore è tornato siano “incontrovertibili”, per citare Silente.

A partire proprio dall’attacco dei dissennatori a pochi passi dalla casa degli zii e dal quale Harry è costretto a difendere il cugino Dudley (Harry Melling) evocando un Incanto Patronus. Atto che eseguito al di fuori del perimetro di Hogwarts gli costa l’immediata espulsione e a seguire un processo nel quale verrà giudicato da nientemeno che il tribunale Wizengamot. Un provvedimento decisamente troppo pesante a fronte di un semplice caso di magia minorile, ma primo sintomo di quello screditamento che le istituzioni magiche sosterranno a suo discapito per tutto l’anno. Perchè, oltre al peso generato dal ritorno di Voldemort e la tragica morte di Cedric Diggory, Harry si trova anche a dover fronteggiare le accuse di essere latore di menzogne. La sua verità comprende una realtà troppo terribile per poter essere accettata da coloro che si sono mostrati incapaci di prevenire la nuova ascesa del nemico. L’unica arma a disposizione di questi personaggi è la negazione dei fatti in modo da salvare la propria reputazione, individuando un pericoloso sovversivo in chiunque si discosti dalla loro narrazione.

È qui che parte l’offensiva del ministero, che mettendo becco all’interno della scuola è deciso a reprimere chiunque la pensi come Harry e a punire chi non si adegua alle nuove norme portate da Dolores Umbridge (una Imelda Staunton perfettamente in parte). La nuova insegnante di difesa contro le arti oscure è infatti gli occhi e il braccio armato di Caramel e per buona parte del film il bastone fra le ruote di Harry e i suoi amici, nonché di tutto il corpo docenti. Il piano del Ministro della Magia arriverà a compimento quando la sua scagnozza riuscirà infine a prendere il posto di un Silente quanto mai inerme e assente come preside di Hogwarts.

È in questo contesto di allarmante negazionismo che i giovani protagonisti sono chiamati a svestire definitivamente i panni degli studenti per ergersi a primo baluardo della nuova resistenza contro le forze del male. Spetta loro il compito che fu dell’Ordine della Fenice, organizzazione che in occasione della prima ascesa di Lord Voldemort lo aveva fronteggiato, poi scioltasi dopo la caduta dell’avversario. Se i superstiti dell’Ordine sono oggi costretti a trovarsi in clandestinità (Sirius Black è ancora ricercato dal Ministero, che lo crede un assassino) altrettanto sono costretti a fare gli studenti che all’interno del castello tentano di opporsi ad un regime disciplinare che li vuole impreparati a combattere. 

Il quinto episodio investe la saga di alone politico pressante come mai prima. La sfida che si prospetta non è più quella per la salvezza di Hogwarts e dei suoi studenti. I ragazzi del cosiddetto “Esercito di Silente” si esercitano con la consapevolezza che ben presto saranno chiamati a battersi contro un pericolo che si estende sul mondo intero. Contro un totalitarismo di matrice razziale di cui in questo capitolo abbiamo solamente un assaggio, ma che sarà destinato a concretizzarsi nel frammento conclusivo della saga. In questo contesto oltremodo tenebroso Harry deve nuovamente misurarsi con i suoi demoni interiori, un incubo ricorrente in cui agisce come carnefice del povero signor Weasley ed un sentimento di rabbia dal quale si sente pervadere in maniera sempre più preoccupante. Sintomi che vengono interpretati dal celebre mago come dei semi di un’instabilità che potrebbe germogliare in vera e propria cattiveria. Ma come sostiene il saggio padrino (sempre interpretato da Gary Oldman, ma qui irriconoscibile rispetto a Il prigioniero di Azkaban), ogni essere conserva dentro di sé sia luci che ombre, ma ciò che determina ognuno di noi è il modo in cui scegliamo di agire. Verità inconfutabile, alla quale si aggiunge il tormento che accompagna qualsiasi quindicenne, giustamente amplificato nel caso di Harry che un giorno si ritrova a dare il suo primo bacio (“umido”)  e quello successivo viene punito dalla preside in quanto leader di un’organizzazione sovversiva.

Nonostante i tentativi di rimodellare gli avvenimenti al fine di renderli meno allarmanti, la verità deve essere affrontata e i baldi giovani si trovano a dover mettere in pratica quanto appreso infrangendo le regole. Lo scontro all’Ufficio Misteri del Ministero della magia è la definitiva prova della maturità, in cui i ragazzi affrontano di petto i redivivi oppressori. Uno scontro in difesa di un’arma che Voldemort “non aveva l’ultima volta”, una profezia che suona anche come una condanna per Harry, che qui scopre di essere il “Prescelto”: colui che infine avrà il compito di uccidere il più temibile mago oscuro di sempre, o viceversa.

E se tirando le somme di questa battaglia (ideologica e generazionale) da un lato si può scorgere una vittoria da parte degli oppositori di Voldemort (grazie all’intervento salvifico dei membri dell’Ordine), dall’altro essa è portatrice di uno degli avvenimenti più tragici della saga. La morte di Sirius Black ad opera della “cugina squilibrata” Bellatrix Lestrange (una magnifica Helena Bonham-Carter) sancisce per Harry la perdita dell’ultimo legame che possedeva con la sua famiglia (solo pochi secondi prima, nel frammento migliore del film, Sirius aveva chiamato Harry con il nome di suo padre mentre combattevano fianco a fianco).

Il dolore è atroce, ma altrettanta è la rabbia e la volontà di vendetta. Istinto che Harry saprà però sopprimere, dimostrando nuovamente quanto il suo animo sia differente da quello Voldemort, il quale deve così rinunciare al sovvertimento della sua mente. Il mago interpretato da Ralph Finnes è qui protagonista di un intenso duello con Albus Silente, uscito dalla bolla in cui si era autorecluso per evitare di riversare su Harry i suoi timori, e qui protagonista di un confronto nel quale per la prima volta mostra le sue portentose capacità. Voldemort viene messo definitivamente in fuga dall’arrivo degli Auror, ma non prima di essersi palesato agli occhi del ministro.

Torniamo qui a dove ci eravamo interrotti in apertura, al termine di questo episodio improntato alla resistenza e prodromo della lotta che abbraccerà anche i seguenti. Il tono non è mai stato così distante da quello dei garruli episodi di Columbus e ciò anche a causa del subentro alla regia del mestierante David Yates: l’uomo che dal 2007 è ininterrottamente alla regia dei film ambientati nel Wizarding World della Rowling e che ha regalato alla Warner Bros. i film di maggiore incasso della saga (dai 934 milioni de Il principe mezzosangue ai 1.34 miliardi de I doni della morte parte 2). Peccato che un simile successo economico, spiegabile anche dal fatto che questi film siano usciti in contemporanea alla pubblicazione degli ultimi apprezzatissimi romanzi, non si sia tradotto in un altrettanto intenso ardore emotivo nei confronti della materia trattata. Perchè se i registi che precedentemente si erano adoperati alla regia di Harry Potter erano riusciti a renderlo progressivamente più maturo rimanendo però attenti a preservare quell’atmosfera magica fondamentale per la riuscita di un tale prodotto, Yates attribuisce ai suoi film un taglio adulto facendo piazza pulita di ogni connotato “fiabesco”

Come se non bastasse, gli effetti speciali digitali, uno dei maggiori vanti dei capitoli precedenti della saga, compiono un poderoso balzo indietro, regalando pessimi esempi nella costruzione di Grop, il gigantesco fratellastro di Hagrid, o nella scena di “Sirius nel fuoco” che subisce il paragone ingeneroso con quella gemella del capitolo precedente.

Un film che quindi riesce solo a tratti a pareggiare la virtù dei suoi predecessori, ma che se non altro, e grazie allo spessore dell’opera originale da cui è tratto, costituisce una degna evoluzione dell’epopea magica del giovane mago. Harry Potter e L’Ordine della fenice non brilla per tecnica e sentimento, ma ci proietta direttamente in un contesto di tensione e responsabilità che fin qui non avevamo avuto modo di conoscere ed è stato il film che ci ha donato la consapevolezza che, a ormai sei anni dall’uscita de La pietra filosofale, un’intera generazione di bambini era cresciuta grazie alla magia di questo straordinario universo.

Menzione d’onore/non ha trovato spazio in questo articolo

  • l’abbigliamento di Dudley Dursley nella sua unica scena
  • I flash di Voldemort in posizioni sexy quando entra nella testa di Harry nel finale

Andrea Pedrazzi
Federico Benuzzi