Sirius è morto: è questo che ci vuole ricordare Yates (qui alla sua seconda fatica Potteriana) legando con un flashback il finale de L’Ordine della Fenice con l’inizio del sesto capitolo. È la prima volta che due film della saga vengono suturati in maniera così netta, a voler sottolineare la fine degli episodi “giovani”, con un finale ben chiaro e in qualche modo autoconclusivo, e l’inizio dell’epopea del maghetto in età più adulta. Insomma: qui non si scherza più, ci sembrano dire il buon Yates e il caro direttore della fotografia Delbonnel, opacizzando e sfuocando a destra e a manca (perdonate i tecnicismi) che a volte viene da prendere un cencio e pulire gli occhiali.

Ma smaterializziamoci all’inizio: come abbiamo detto Sirius è morto e Harry è di nuovo senza quel po’ di famiglia che era riuscito a raccattare nei capitoli precedenti. Nella tristezza generale i Mangiamorte volano su Londra, rapendo Ollivander e distruggendo il Millennium Bridge con la sola imposizione della loro scia nera. Harry, proprio quando trova il coraggio di provarci con una cameriera nella metropolitana londinese, viene raggiunto da Silente che lo trascina nella prima delle missioni in cui lo coinvolgerà per tutto il film: convincere il professor Horace Lumacorno (l’ottimo Jim Broadbent, doppiato perfettamente da Carlo Valli), vecchio amico di Silente, a tornare ad Hogwarts.

Dal colloquio veniamo anche a conoscenza del fatto che Lumacorno è già stato contattato e corteggiato dai Mangiamorte, dai quali ora si sta nascondendo, notizia che getta il professore sotto una luce ambigua nella quale rimarrà fino alla fine. La vera notizia però è quella della richiesta diretta di Silente di una mano da parte di Harry: sono anni che il maghetto gioca al detective e combina disastri nella speranza di diventare il nipotino preferito del Preside e finalmente il suo desiderio sembra essersi avverato. Neanche il tempo di dire “nonno” che il nostro protagonista viene spedito in un acquitrino davanti a casa Weasley.

Da qui, dove vediamo la classica scena a ricordare che in fondo Harry una famiglia ce l’ha, veniamo catapultati dall’altro lato della barricata da quelli che saranno i cattivi di puntata: Narcissa Malfoy (a fare le veci di suo figlio Draco) e Severus Piton. Perché a questo giro, differentemente dagli ultimi due, non vedremo mai il Signore Oscuro. O almeno non nelle sue attuali sembianze. Qui Bellatrix Lestrange (una sempre più psichedelica Helena Bonham Carter) obbliga il neo professore di Difesa contro le arti oscure (ebbene sì, dopo anni di bocconi amari ce l’ha fatta) a fare voto infrangibile con la madre del piccolo Malfoy, per una non ben precisata missione (tò, anche a lui) affidatagli da Lord Voldemort alla quale, in caso di fallimento del ragazzo, dovrà supplire. Le due parti opposte hanno quindi scelto i loro Campioni, ed è ora di scendere sul campo di battaglia: Hogwarts.

Il primo round si svolge sul treno e vede un ingenuo Harry sottovalutare colpevolmente l’avversario, tanto da ricevere un calcio in faccia e subire la frattura del setto nasale. Il secondo vedrà Potter utilizzare contro il biondo antagonista un incantesimo letto su un libro di pozioni appartenente a un certo “Principe Mezzosangue”, che farà sanguinare a fiotti il malcapitato e per il quale Harry inspiegabilmente non subirà alcun tipo di punizione (grazie, nonno Albus).

Qui si nota qualcosa di molto ridimensionato rispetto al libro, ovvero il fascino, la fiducia e la vicinanza (spirituale) che il Principe Mezzosangue, solo tramite la sua parola scritta sul vecchio testo usurato, guadagna pian piano nella mente del giovane mago, tanto da fargli utilizzare un incantesimo di cui non sa nulla e dunque potenzialmente letale contro una persona, anche se dalle odiabili fattezze di Draco Malfoy.

Con una sorta di intervention alla How I Met Your Mother gli amici fanno notare a Harry che è andato un tantino oltre, e in particolare Ginny, lo obbligano a sbarazzarsi del libro: da qui la scena nella quale il bacio tra i due manichini è talmente telefonato da aumentare solamente il senso di grottesco che ci dà l’atto in sé, probabilmente uno dei più brutti mai visti su grande schermo (riuscendo nell’olimpionica impresa di superare il gemello dell’anno precedente dato alla dimenticatissima Cho).

“Cameriere! C’è del film nel mio disagio!”

Nel frattempo i due campioni continuano a darsi battaglia a distanza: mentre Draco semina trappole che rischiano di sterminare mezza Hogwarts e si allena a tirare giù tende da uno strano armadio nella Stanza delle necessità (abbiamo smesso di contare quante volte viene mostrata questa scena), Harry tenta in ogni modo di entrare nelle grazie del professor Lumacorno per estorcergli un ricordo, riguardante il piccolo Tom Riddle, che a dire di Silente è di vitale importanza. Il nostro ce la farà grazie ad uno shot di Felix Felicis, una pozione regalatagli da Lumacorno stesso e che darà a Harry vibrazioni da rave, e ad una caterva di alcool che Hagrid fa ingurgitare al nostalgico professore in vena di confessioni.

Grazie a questo ricordo l’ora inutile Lumacorno ci mostra di aver rivelato all’ancora imberbe Signore Oscuro di poter suddividere la propria anima in più parti per poi impacchettarle in oggetti (o altre persone), al fine di raggiungere una sorta di immortalità surrogata e al modico prezzo di sterminare un po’ di persone, apparentemente unico modo di sbrindellare l’anima. Ma la parte importante del ricordo è il numero di volte che Voldemort ha compiuto questo processo: a quanto pare, sette. Veniamo a conoscenza del fatto che due di questi Horcrux sono già stati smembrati (il diario di Tom Riddle, di cui Harry si è preso cura nel secondo capitolo, e l’anello della mamma di Voi-Sapete-Chi, la cui distruzione ha reso la mano di Silente un carboncino), e che il Preside conosce già il luogo dove si nasconde il terzo. Ed è il momento che Harry aspettava da sempre, perché il buon Albus gli chiede nuovamente di andare in missione, ma stavolta assieme. È un grande momento per il piccolo mago, ora definitivamente cresciuto, ora ritenuto adulto abbastanza dal suo mentore da poterlo accompagnare. Peccato che la missione si riveli inutile (una delle scene più emozionanti del film, nonostante gli effetti speciali un po’ sciatterelli), e che da lì a poche ore il Preside venga ucciso non da Malfoy, a cui solo uno stolto avrebbe affidato un compito simile e che ci fa ricredere delle doti manageriali di Lord Voldemort, ma dal sempre fidato professor Piton (che scopriamo anche essere il Principe del titolo), rivelando l’obiettivo del patto iniziale: parare il culo al povero e inetto Draco, che nemmeno sua madre ci avrebbe scommesso un galeone.

Il film si conclude con il lutto sentito da parte di tutti gli studenti, i professori e il personale ATA e con un altro patto, fatto dai nostri tre protagonisti: cercare assieme i rimanenti Horcrux e distruggerli, stavolta senza l’aiuto del più potente mago di tutti i tempi.

Al netto di tutto il Harry Potter e il Principe Mezzosangue ha guadagnato una montagna di soldi, sfiorando per la seconda volta di fila il miliardo di dollari, sicuramente trainato dall’eco della bellezza del libro (uscito solo qualche anno prima), e dall’avvicinarsi dell’attesissimo e ancora sconosciuto finale. Il sospetto avuto ne L’Ordine della Fenice si certifica con Il Principe Mezzosangue, e cioè che Yates tenti di togliere ogni sfumatura fiabesca per rendere la saga una vera e propria epopea, il più seriosa e grave possibile, trovandosi però di fronte a dei personaggi e a dei meccanismi che senza quella precisa sfumatura tendono a scadere nel ridicolo. La fortuna per il regista è quella di trovarsi di fronte, come già detto, dinanzi a uno dei libri più belli dell’intera saga, i cui snodi di trama e le importanti rivelazioni riescono da soli a tenere su tutta la costosa baracca.

Menzione d’onore/Non ha trovato spazio in questo articolo:

la partita di Quidditch più brutta di sempre (non il frame non è preso dal gioco della Play 2)

Sempre meglio ribadire:

– la botta di Harry che imita Aragog sotto Felix Felicitas

Federico Benuzzi