Al suo terzo film da regista della saga di Harry Potter, David Yates è ormai una certezza: non ce la può fare. Anche il denso e tesissimo capitolo conclusivo della Rowling (qui diviso in due parti tanto per avere a disposizione un minutaggio maggiore quanto, e soprattutto, per ottimizzare i costi) viene spolpato da gran parte della sua carica emotiva, per diventare un triste prologo in attesa del “gran finale” che sarebbe giunto in sala pochi mesi dopo. 

La morte di Silente ha lasciato sulle spalle di Harry un pesantissima eredità, fatta di rischi, incertezze e ostacoli apparentemente insormontabili (Grazie Albus). Per il celebre mago e i suoi più stretti amici, quello che sarebbe dovuto essere il settimo anno di scuola non si svolgerà all’interno delle familiari stanze di Hogwarts ma vedrà i protagonisti muoversi clandestinamente in un mondo caduto infine nelle pallide mani di Voldemort. Una latitanza che parte dall’ormai ex quartier generale dell’Ordine della Fenice, sito in Grimmauld Place, per poi riversarsi negli spogli paesaggi dell’entroterra inglese dopo un fruttuoso quanto rocambolesco blitz al Ministero della magia, in cui i ragazzi riescono ad impossessarsi di un nuovo Horcrux (strappato direttamente dal collo di Dolores Umbridge).

Da qui ha inizio una fase transitoria, in cui il vuoto vagare per sottrarsi alla ricerca dei nemici ormai presenti in ogni dove dovrebbe caricare ogni passaggio di una tensione traboccante, ma che nelle fredde grinfie di Yates finisce per essere nient’altro che un interludio pervaso da una sconfinata tristezza. E’ innegabile il fascino della situazione di instabilità dovuta al non sapere nulla riguardo ai propri cari (l’unico contatto con il mondo è un programma radiofonico che ogni giorno emette un bollettino delle vittime di Voldemort), al non avere idea riguardo alla durata e all’esito di questa lotta, oltre ai dubbi (solo accennati invero) sull’ambiguo passato di Silente. Eppure tutto questo viene ridimensionato e perlopiù circoscritto ad uno stato di incomunicabilità tra i tre personaggi principali, che sfocia in gelosie, rabbia e attriti, in un’atmosfera sempre meno magica e visivamente spoglia. 

In questo scenario asettico si sviluppano le due linee narrative. Da un lato (o meglio, sullo sfondo) c’è il mondo interamente corrotto dall’autoritarismo del Signore Oscuro che mette in atto la sua “soluzione finale” mirata all’eliminazione di tutti i maghi con genitori non maghi (prima) ed alla sottomissione dell’intera popolazione babbana (poi). Dall’altro c’è il perpetuo errare dei nostri, che sul percorso che li porterà alla ricerca degli oggetti in cui Voldemort ha racchiuso parte della sua anima, si imbattono nei misteriosi Doni della Morte: oggetti la cui identità verrà rivelata da Xenophilius Lovegood (il solito grande Rhys Ifans, che in coppia con Bill Nighy nella parte del Ministro della magia ci riportano sulla Boat that rocked), padre di Luna e sostenitore di lunga data di Harry. E’ lui a illustrare le portentose doti della bacchetta di sambuco, della pietra della resurrezione e del mantello dell’invisibilità, attraverso la storia dei fratelli Paverell che Yates riproduce attraverso una semplice, ancora una volta esteticamente atona ma (a onor del vero) a suo modo perturbante sequenza animata. Un frammento a cui va quantomeno riconosciuta la volontà di apportare una qualche variazione nel monotono calderone di silenzi e grigiori.

C’è però un momento, tuttavia, in cui tra le pieghe avvizzite di questa storia si insinua timidamente una punta di meraviglia. All’apice della tristezza, in un momento in cui Harry e Hermione si trovano soli dopo l’abbandono di Ron, alla radio partono dei cupi accordi blues a cui segue il tenebroso timbro baritonale di Nick Cave. Il brano è “O Children” tratta dall’album Abbattoir Blues/The Lyre Of Orpheus (2004), proposto per questa scena dal collaboratore alla colonna sonora Matt Biffa. Da un sottofondo radiofonico, la musica si espande fino ad avvolgere la dimensione extradiegetica in un climax emotivo che vede i personaggi di Daniel Radcliffe e Emma Watson ballare e (per la prima volta da tempi immemori) muoversi in maniera spontanea e naturale.

Neanche il tempo di dire “toh guarda! Un’emozione” che la musica si affievolisce per poi dissolversi, l’unica magia (quella di Nick Cave) si esaurisce e tutto torna ad acquistare la consueta monotonia.

Ok sì, c’è la morte di Dobby,  colpo di coda devastante che (in seguito alle morti iniziali di Charity Burbage, Alastor Moody e colei che per sette anni era stata al fianco di Harry: la civetta Edvige) conferma come ormai non ci sia più spazio per le paure, ma che il pericolo è ormai presente, costante e che ormai non resta altro che affrontarlo, con tutto ciò che ne consegue. Solo un preambolo alla carneficina che si abbatterà sul finale della parte seguente, ma che costituisce un adeguato preambolo alla fase più tragica. Peccato che ancora una volta la cifra stilistica di Yates si dimostri inadeguata alla restituzione della meraviglia che avvolge il mondo magico anche nelle sue svolte più tragiche. 

Menzione d’onore/Non ha trovato spazio in questo articolo: la chimera strafatta di polisucco tra Hermione e Harry

Andrea Pedrazzi