Così eri: anche sul ciglio del crepaccio

dolcezza e orrore in una sola  musica.

Satura è la quarta raccolta poetica montaliana, pubblicata per Mondadori nel 1971 e considerata un’opera di svolta nella realtà letteraria del poeta ligure. Fin dal titolo ci rendiamo conto della varietà di temi e motivi contenuti nel testo; Satura rimanda al termine di derivazione classica satura lanx, un piatto colmo di cibi diversi. Infatti, riflessione sul senso dell’esistenza, colloquio con figure dell’aldilà si intrecciano con i resoconti della più semplice quotidianità del poeta e ironia e sarcasmo verso il mondo contemporaneo.

La raccolta è suddivisa in quattro parti: «Xenia I», «Xenia II», «Satura I», «Satura II» ed è proprio sulla bellissima sezione Xenia che è opportuno soffermarsi. Gli xenia altro non sono che i doni che si facevano a un ospite o a una persona per farsela amica e qui valgono come offerta votiva alla moglie morta, Drusilla Tanzi, meglio conosciuta nelle poesie come Mosca, per via degli spessi occhiali da vista che portava a causa della forte miopia.

[…] Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

Tutti almeno una volta abbiamo incontrato questi versi e siamo rimasti colpiti dalla potenza delle parole di Montale. Le «pupille offuscate» di Mosca erano le uniche in grado di vedere, era la moglie la sola capace di guardare il viaggio di entrambi nella vita e penetrare nelle cose con uno sguardo più profondo. Il poeta non vuole soltanto ricordare la moglie con poesie che la vedono protagonista ma piuttosto celebrarla come interprete di una speciale virtù: la capacità di non fermarsi alle apparenze, di essere dotata del dono dell’intuitività, il saper captare nonostante la miopia l’essenza delle persone, il suo saper guardare “dentro”.

Per gli altri […] eri un insetto miope

smarrito nel blabla

dell’alta società. Erano ingenui

quei furbi e non sapevano

di essere loro il tuo zimbello:

di esser visti anche al buio e smascherati

da un tuo senso infallibile, dal tuo

radar di pipistrello.

Ecco che Mosca consegna un vero e proprio insegnamento: gli altri sono i veri ciechi e lei è l’unica capace di smascherarli grazie alla sua metamorfosi in pipistrello che la fa elevare al di sopra di tutti.

Proprio come un insetto, la Mosca di Montale vola indisturbata tra le sue pagine e in mezzo ai ricordi che emergono da riflessioni o circostanze quotidiane, come una telefonata o una foto appesa alla parete, una camera da letto o il fumo di un sigaro.

Ho appeso nella mia stanza il dagherròtipo

di tuo padre bambino: ha più di un secolo.

In mancanza del mio, così confuso, 

cerco di ricostruire, ma invano, il tuo pedigree.

[…] E allora? Eppure resta

che qualcosa è accaduto, forse un niente

che è tutto.

La lontananza della moglie si viene a disperdere nel cadere delle barriere del tempo, nella speranza del poeta che non vi sia discontinuità tra l’essere vivi e il non esserlo, senza mai tuttavia lasciare spazio all’idea religiosa di un’altra vita dopo la morte:

Avevamo studiato per l’aldilà

un fischio, un segno di riconoscimento.

Mi provo a modularlo nella speranza

che tutti siamo già morti senza saperlo. 

In quanto Mosca è l’unica capace di vedere oltre le apparenze, capisce che non c’è differenza nemmeno tra gli opposti: la malattia che l’ha costretta all’immobilità, in verità è stata l’occasione di un lungo viaggio che le ha permesso di conoscere e capire la realtà delle cose.

Dicono che la mia 

sia una poesia d’inappartenenza.

Ma s’era tua era di qualcuno:

di te che non sei più forma, ma essenza.

[…] Tu sola sapevi che il moto

non è diverso dalla stasi,

che il vuoto è il pieno e il sereno

è la più diffusa delle nubi.

[…] Eppure non mi dà riposo

sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa. 

Ilde Sambrotta