Chiunque conosca, anche in parte, la storia dell’arte, ha visto almeno una volta, che si tratti di un libro di storia o dal vivo, il capolavoro di Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, quadro che trascende la storia stessa e si pone come crudo ritratto delle condizioni lavorative in cui versano i meno abbienti.
Chiunque si sia trovato di fronte quest’opera non può non aver sentito un brivido percorrergli la schiena, facendolo sentire fiero e a disagio allo stesso tempo, un disagio che ci fa sentire piccoli, inermi di fronte alla forza della massa, alla fierezza degli sguardi.

L’opera venne realizzata tra il 1898 e il 1901, ed è attualmente posizionata presso il Museo del Novecento di Milano. Ritrae un gruppo di braccianti agricoli nell’atto di scioperare, fermi nel sostenere le proprie rivendicazioni. Avanzano compatti, come un’unica massa, come un sol uomo, in maniera ordinata, come legionari in fila pronti ad una battaglia. Ad emergere tre di loro, alcuni, tra cui una donna con un infante, guidano fieramente il gruppo.

Il soggetto dello sciopero interessò sempre i pittori realisti in Europa già dalla fine dell’800.
L’intera opera poggia le fondamenta su attenti equilibri compositivi, con un rigore ed una concezione monumentale che si rifanno ai modelli formali delle opere rinascimentali di Roma e Firenze. La grande tela (283×550 cm) si divide in tre fasce orizzontali: al centro si impone la massa dei lavoratori, resa uniforme da un colore apparentemente omogeneo, eppure ricchissimo di particolari e di toni complementari. Da questa massa emergono in primo piano, anche per contrasto dimensionale,  i “condottieri” della processione.

La fascia alta, buia, che accenna ad una folta vegetazione, e quella bassa resa luminosissima esaltano oltre ogni modo le figure umane e i loro gesti, rendendoli quasi come attori in una rappresentazione teatrale.
I colori sono apparentemente vivaci, come gli ocra o i rosa in primo piano, che sembrano accendersi ancor di più nel gilet rosso del bracciante. Eppure, nell’impasto cromatico non mancano tocchi di verde, mentre la formazione delle diverse tinte, realizzata con punti e lineette secondo una precisa tecnica divisionista, sfrutta i principi elaborati dagli studi di Rood sul contrasto e la complementarietà dei colori.

L’opera coniuga due interessi basilari del Divisionismo: il Simbolismo e il tema sociale. Simbolicamente la folla, illuminata da un sole frontale, emerge dal fondo buio, a testimoniare la marcia verso un avvenire carico di speranza. I volti e gli atteggiamenti dei lavoratori esprimono la fermezza della propria rivendicazione. La grande dimensione dell’opera, infine, pone i personaggi in primo piano a diretto contatto con lo spettatore, esprimendo consapevolezza del proprio ruolo sociale.
Sono enfatizzati i toni duri della protesta, lenta e controllata, con intento quasi celebrativo. Né i personaggi in primo piano né quelli sullo sfondo sono perfettamente in linea, ma sono disposti con impercettibili variazioni, nelle pose e nelle dimensioni delle teste, tali da imprimere un’indicazione di movimento complessivo differenziato.
Il fondo al tramonto e la luce diurna in primo piano indicano simbolicamente lo scorrere del tempo, un tempo che sta per finire illuminato da un nuovo radioso futuro.

Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907) descrisse i temi sociali più sentiti del suo tempo, da quelli legati al mondo contadino a quelli delle rivendicazioni salariali. La sua formazione avvenne dapprima all’Accademia di Brera, a Milano, poi nelle Accademie di Roma, di Firenze (dove frequentò Giovanni Fattori) e di Bergamo, dove venne in contatto con la tendenza del Realismo sociale. La conoscenza delle opere di Segantini, Previati e Morbelli, però, lo orientò verso la tecnica divisionista.
Non mancano nel suo lavoro suggestioni simboliste, presenti persino nelle tele con soggetti di esplicita rivendicazione sociale.

Tommaso Amato