I cinema italiani sono chiusi ormai da mesi. Ed è ormai da quasi un anno che la loro attività intermittente è falcidiata dalle restrizioni (più o meno pesanti a seconda della stagione) imposte dalle autorità governative. E se già la situazione negli ultimi anni era stata tutt’altro che rosea, questa improvvisa e duratura battuta d’arresto sta portando molti ad invocare il colpo di grazia a questo settore. Ma l’annuncio della morte del cinema accompagna la storia di quest’arte dalla sua nascita, rievocata ogni qualvolta una novità tecnologica le abbia conteso il primato di forma d’intrattenimento per eccellenza. Ma il cinema e l’esperienza della sala hanno sempre trovato il modo per sopravvivere rinnovandosi e questo perché, nonostante la proliferazione della concorrenza, restano il fulcro di un atto partecipativo che trascende il semplice interesse per il prodotto filmico. Questo è il fulcro tematico di Splendor, film del 1989 scritto e diretto da Ettore Scola e opera ponte tra due generazioni di “mostri attoriali” data la presenza di Marcello Mastroianni e Massimo Troisi come protagonisti.

Entrambi vestono i panni fieramente sgualciti di due lavoratori che dipendono dall’attività di una storica sala cinematografica di un paese di provincia: il cinema Splendor, appunto. Un’attività che ormai da tempo ha smesso di essere proficua, dato che le proiezioni attirano sempre meno pubblico e le tanto stravaganti quanto fallimentari retrospettive ideate dal proiezionista Luigi (Troisi) non ottengono altro risultato che quello di scatenare le ire di Jordan (Mastroianni) proprietario della sala. Per lo Splendor pare non esserci un futuro, una sala deserta ormai punto di ritrovo solamente per gli operatori che vi lavorano e per lo stoico signor Paolo (Paolo Panelli), il quale però è molto più interessato alla cassiera Chantal (Marina Vlady) che non alle proiezioni.

Un contesto segnato dall’abbandono e dalla rivisitazione nostalgica dei gloriosi tempi passati, in cui la marea burrascosa di spettatori invadeva l’ingresso del teatro, e al contempo la strenua resistenza contro le ciniche forze della burocrazia che vuole impadronirsi di questo luogo non più profittevole. Il tragico dilemma che pervade i protagonisti riguarda quindi il mantenimento della fede verso i propri ideali (e quindi alla sala e tutto ciò che rappresenta) o la cessione di un ambiente percepito come sacro in nome di una resurrezione economica che però rappresenterebbe un aspro tradimento.

Scola problematizza questa scelta, caricandola parimenti di un valore emotivo ed uno pragmatico, in un contrasto pienamente doloroso ma restituito dall’autore attraverso le sferzate grottesche che lo contraddistinguono. Ma proprio in virtù di un sentimento così delicato, Scola, pur senza rinunciare in toto alla consueta ironia, arriva a concedersi un rivestimento malinconico raramente individuabile nella sua filmografia. Ed è proprio un’ironica malinconia a pervadere un finale tanto cupo nei risvolti fattuali quanto gioiosamente romantico sul piano concettuale. In quella sala che sta per essere smantellata si riversano tutte le persone che, in tempi vicini e lontani, hanno trovato nello Splendor un rifugio, una casa, un mondo d’incanto.

La neve che candidamente scende sugli spettatori riappropriatisi delle poltrone che mirano lo schermo è un’immagine inesorabile, pregna certamente dell’aura crepuscolare che segna la fine, ma al contempo satura di calore e devozione nei confronti di ciò che è stato; come a ricordare che l’amore per il cinema esiste e si rinnova anche (e soprattutto) nei momenti in cui quest’ultimo si trova vicino all’estinzione. Ed è questo costante ciclo di crisi e resurrezione che anche oggi deve spingerci a credere in un futuro del cinema come lo conosciamo, senza mai dimenticare che il cinema ha bisogno di ognuno di noi così come noi non potremmo vivere senza di lui.

Andrea Pedrazzi