È grazie a, o per colpa di, documentari come questo che ai pranzi di famiglia i parenti mi guardano basiti mentre parlo di crack, eroina e altre sostanze più o meno illegali.

In Crack: Cocaine, Corruption & Conspiracy c’è un bel pezzo della storia recente degli Stati Uniti e non solo. L’arrivo del Crack negli anni ‘80 è stato un vero e proprio tsunami che ha disgregato individui, famiglie e  intere comunità travolte da una droga a bassissimo costo e dall’ipocrisia di alcune tra le peggiori leggi che siano mai state prolungate. 

Il copione non è certo originalissimo. Qualcosa di simile era già successo negli anni ‘50 con il jazz e l’eroina, o nei ‘70 con l’NBA e la cocaina (prima della rinascita guidata da Magic e Bird). Del resto cosa ci si può aspettare da un paese che ha creduto che il proibizionismo fosse la soluzione al problema dell’alcol?

La storiaccia della war on drugs si snoda per almeno due decenni e ha come attori principali un trio di presidenti nefasti (Reagan, Bush senior, Clinton), il razzismo endemico della società statunitense, le comunità black flagellate dalla disoccupazione e dalla discriminazione, la stampa drogata di toni sensazionalistici e… (rullo di tamburi) l’immancabile CIA.

Beninteso, non c’è nessun complottone da svelare o pdf segretissimo trovato nel deep web; il documentario parte da testimonianze dirette di spacciatori e consumatori, giornalisti e ricercatori che portano fatti, numeri e argomentazioni solide.

Crack: Cocaine… ci porta nelle strade dove i pusher seguono alla lettera il “Make America Great Again” di Reagan e diventano capitalisti di strada, dove i poliziotti prima chiudono un occhio, poi si mettono in proprio a spacciare e infine iniziano ad arrestare il primo afroamericano che gli capita sotto tiro. Il tutto sotto l’occhio vigile della legge e le lacrime da coccodrillo della first lady. 

Un documentario che vi consiglio vivamente (insieme ad un ripasso della discografia dei Public Enemy).

Marco Lera

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