Nel mio quadro Caffè di notte ho cercato di esprimere l’idea che il caffè è un posto dove ci si può rovinare, diventar pazzi, commettere dei crimini”, dice Van Gogh a proposito della sua opera, realizzata nel 1888 e ritenuta dall’artista stesso una delle più riuscite, ma definita dai critici anche come una delle più controverse. La scena stessa, per ritrarre la quale l’artista trascorse nel locale raffigurato ben tre notti di fila, appare caratterizzata da un forte senso di instabilità, già al primo impatto: il tavolo da biliardo, irregolare e in obliquo, sembra quasi “venir fuori” dal dipinto, dando squilibrio alla scena nel suo complesso. La presenza di luce artificiale e l’assenza di finestre danno, inoltre, un senso di “irrespirabilità” al tutto.

Nell’opera in questione, conservata alla Yale University Art Gallery, l’artista pone l’osservatore all’interno di un locale situato presso la place Lamartine di Arles, una piccola città nel sud della Francia, dove egli stesso era solito pranzare o passare le serate. Mediante il primo sguardo sulla scena, è immediatamente possibile notare i colori intensi della composizione, i quali sono nettamente in contrasto tra loro. Si tratta di tonalità calde, che avvolgono l’ambiente e ne caratterizzano l’atmosfera quasi casalinga, in cui gli avventori stessi si sentono talmente a proprio agio da lasciarsi andare completamente alle emozioni suscitate dall’alcol, mettendo in scena, in un certo senso, anche la propria vulnerabilità senza filtri.

Nel quadro di Van Gogh, infatti, è possibile percepire la differenza, all’interno della rappresentazione stessa, tra il modo in cui il luogo raffigurato si presenta di giorno e quello in cui lo si può vedere di notte, come a voler instillare in chi osserva la scena un senso di instabilità e di disagio. Saltano all’occhio particolari significativi come l’assenza di relazioni tra i personaggi presenti (tranne che per una coppia posta sulla sinistra del quadro), e ciò contribuisce a fare in modo che il tutto sia pervaso da un senso di solitudine che si esprime, a livello visivo, attraverso il distacco tra le persone che si trovano all’interno del locale, che appaiono chiuse in sé stesse e dominate da una forte inquietudine, trasmessa all’osservatore.

Vincent Van Gogh (Zundert, 30 marzo 1853 – Auvers-sur-Oise, 29 luglio 1890), pittore olandese di grande spicco, fu autore di quasi novecento dipinti e di numerosi disegni, più di mille: iniziò a disegnare molto presto, sottoposto a norme severe e rigide da parte del padre, mentre la passione per la pittura venne sperimentata più tardi, a ventisette anni, dieci prima della sua prematura morte. Tra autoritratti, nature morte e paesaggi, Van Gogh influenzò fortemente l’arte del XX secolo, tanto da rappresentare una pietra miliare nel panorama artistico mondiale fino ai giorni nostri. Non altrettanta fortuna ebbe nel corso della sua breve esistenza, nella quale riuscì a vendere solo un quadro, “La vigna rossa”, e fu costretto a soffrire a causa di frequenti disturbi mentali.

Nonostante il dipinto in questione non fosse stato venduto in vita da Van Gogh, esso, ritenuto dall’autore stesso uno dei quadri più riusciti in assoluto, fu acquistato dopo la morte dell’artista dal ricco mercante di tessuti russo Ivan Morozov. In seguito, fu venduto dalle autorità sovietiche a una galleria di Berlino, per poi entrare nelle collezioni del magnate americano Stephen Clark e per approdare, infine, come detto in precedenza, nella galleria d’arte dell’Università di Yale, nel 1961, alla morte del magnate.

Chiara Pirani