“A change is gonna come” cantava Sam Cooke nel 1964, suggestionato dalla Blowin’ In The Wind di Dylan e forse perfino superandola su un ideale podio dei più struggenti inni del movimento per i diritti civili. Se un ragazzo bianco del Minnesota poteva farsi quelle domande terribili, allora l’usignolo nero di Clarksdale, Mississippi (“born by the river…”) confortato da un simile risveglio della coscienza nazionale, poteva soffiare nel vento la prima e più grande risposta, trasformando quella profezia lasciata in sospeso in un’affermazione all’indicativo, nella dolorosa certezza di una luce alla fine del tunnel che ancora pochi anni prima era sembrato infinito.

A change has come, avrebbe potuto benissimo intitolarsi One Night in Miami. Lentamente, fra tanto altro sangue e dolore, l’onda d’urto irradiatasi a partire da quegli anni ‘60 ha fatto sentire i suoi effetti sulla società e la politica americane, in una battaglia combattuta giorno per giorno fra grandi conquiste e sconfortanti regressi. Ma se il mondo è fragile e deteriore, per citare un grande rivoluzionario che esiste solo nella nostra fantasia, “le idee sono a prova di proiettile”, ed è l’autopercezione di milioni di afroamericani la vera, inespropriabile conquista di quella stagione di sogni e violenza. La certezza del proprio valore, della propria dignità. Della propria identità.

Se il film ha questo titolo quasi da fiaba, quindi, è perché si tratta in un certo senso di un aition, uno di quei racconti antichi incaricati di spiegare i perché delle cose: perché il pavone ha degli occhi sulla coda? Perché quella costellazione si chiama Chioma di Berenice? Perché oggi siamo più forti ed emancipati di un tempo? Kemp Powers (sceneggiatore a partire dal suo omonimo esordio teatrale del 2013) e Regina King (altrettanto sorprendente nel suo esordio alla regia) arrivano al momento giusto, all’indomani di un #blacklivesmatter che sembrava aver riportato indietro di sessant’anni le lancette della convivenza razziale e sull’onda di un sempre maggior rafforzamento delle istanze di rappresentazione nel panorama audiovisivo mainstream. Non c’è mai stato un momento più propizio – né uno scenario migliore di quella sera del ‘64 in cui il neo-campione dei Massimi Cassius Clay si chiuse a festeggiare il titolo in un motel di Miami assieme agli amici Malcolm X, Sam Cooke e Jim Brown – per scrivere il proprio mito di fondazione.

Sì, perché non fatevi ingannare dagli appassionanti dibattiti fra i quattro protagonisti: One Night in Miami non è Fa’ la cosa giusta (1989), disperato grido di dolore e impotenza di un angry young man sballottato nel turbine del melting pot newyorkese, con le icone mangiate dalle fiamme di Martin Luther King e Malcolm X a siglare l’eterna indecidibilità della condizione dei neri americani fra integrazione pacifica e riscossa nella violenza; come Dylan, Spike Lee interrogava la società americana. Come Cooke, Powers e King le forniscono una struggente ma perentoria risposta, un fiore di gratitudine sulla tomba di un’epoca fondamentale al di là, anzi proprio in ragione, delle sue profonde contraddizioni.

Raccogliendo/anticipando la lezione dell’Hamilton (2015) di Lin-Manuel Miranda, alfiere di una nuova epica storica giocata sulla riappropriazione di spazi iconici a lungo preclusi, One Night in Miami è essenzialmente un racconto sui padri fondatori, un “Black Mount Rushmore”, volendo continuare il gioco dei titoli alternativi, dove lo scavo nelle incertezze e nei disaccordi non conduce più al vicolo cieco di Mookie e Sal, ma arricchisce di dettagli in rilievo la pietra inscalfibile del monumento. Non a caso manca il confronto drammatico fra X e il dottor King, sostituito da quelli fieramente paritari con icone bianche di progressismo nell’arte (Bob Dylan) e nella politica (JFK). Non a caso il film si chiude con rituale solennità sulla transustanziazione dei quattro protagonisti, idealmente entrati in quel motel di Miami come “semplici” esseri umani e uscitine – con nuovi nomi, statuti, missioni – come icone generazionali.

Il loro momento di passaggio è il perfetto correlativo del vento di rinnovamento che scuote il presente. I loro rovelli, microcosmo del tessuto afroamericano di allora, sono le imperfette certezze di oggi. Quattro sentieri distinti ma paralleli, quattro diverse vie all’emancipazione che passano per un ferreo idealismo, la conquista dell’indipendenza economica, l’evasione da una celebrità che puzza di servilismo, e – basta il pensiero per commuoversi – una vita a boxare da soli contro la Storia. One Night in Miami lascia con l’impressione di aver assistito all’origin story della lotta contro il male che affligge la società americana; nell’anno che ci ha tolto il Black Panther Chadwick Boseman, come in tanti stanno dicendo, ecco i Black Avengers. È cinema civile, potente e raffinato come avrebbe voluto Malcolm X; è cinema hollywoodiano mainstream scritto, diretto e interpretato in assoluto stato di grazia, emotivo e trascinante come un disco di Sam Cooke. Una fiaba che comincia più o meno così:

“c’erano una volta, una notte a Miami, quattro amici che cambiarono la storia. Un grande guerriero, uno straordinario atleta, un politico pieno di dubbi e un cantore per niente cieco…”

Lorenzo Meloni