FUORI DAGLI SCHE(R)MI

Regia di TOMASZ WOLSKI

“Pronto?”
“Servizio di drenaggio?”
“No, è un numero privato”
“Oddio mi scusi tanto”

È questo il tenore di alcune delle intercettazioni registrate dal Servizio di Sicurezza polacco (che operò dal 1956 al 1990). Compito del Servizio era quello di sorvegliare i cittadini; senza un apparente criterio, l’oppressione comunista si è avvalsa per molto tempo di espedienti che nulla hanno da invidiare alla fervida fantasia di Orwell. Ma se la sorveglianza, di facciata, serviva ad arginare le potenziali minacce al regime, nella realtà veniva usata come leva di pressione contro i cittadini, tutti potenzialmente colpevoli e, quindi, ricattabili. Ed ecco spiegato il motivo dell’archiviazione di telefonate apparentemente innocue e private.

Il documentario ci si presenta come collage di materiali di repertorio (quelli che si sono salvati dalla distruzione, prima che il Servizio venisse destituito). Partendo dai filmati ripresi dalla Milizia Civica e da registrazioni audio del Servizio di Sicurezza, Wolski crea un mosaico inquietante in cui la violenza sistemica sembra onnipresente e le persone sono burattini in un teatro governato dalle autorità. Ne esce il ritratto di un paese come tanti altri, come ci ricorda appunto l’ambivalenza del titolo, dove in Un paese qualunque la vita è normale per via delle persone che lo abitano, ma non è normale che un regime sia così profondamente radicato all’interno delle vite dei propri cittadini. Non ci sono grandi questioni di importanza statale qui. Nessuno sta combattendo il comunismo e i personaggi catturati dalle telecamere della milizia non sono di certo attivisti, reazionari o fratelli d’arme di Wałęsa e Modzelewski. Sono persone comuni alle prese con le carenze e i problemi quotidiani.

Ed è per questo che Wolski ci propone telefonate per certi versi anche leggere e divertenti in cui un padre ricorda alla figlia di preparare i panini per i fratelli più piccoli o in cui a un malcapitato sono finite le medicine per le emorroidi. La sorveglianza, però, non si limitava certo a questo, e il film ci ricorda subito che quel sorriso e quella tenerezza che ci hanno trasmesso alcune immagini o alcune telefonate altro non sono che un’invasione nella vita di qualcuno di cui non dovremmo sapere nulla. Infatti ora Wolski ci propone immagini decisamente più inquietanti di un interrogatorio a una donna il cui marito guadagna apparentemente troppo per permettersi tutto ciò che hanno acquistato. Un poliziotto la vessa chiedendole addirittura quanti panetti di burro compra a settimana, quanta carne e che tipo di carne sceglie dal macellaio. Vuole sapere quanto costa la lavatrice, salvo poi svelare di sapere già la risposta. Tutto ciò a sottolineare che in questo paese l’informazione è fonte di potere e chi la ottiene può esercitarlo in maniera assoluta.

Le riprese pian piano rischiano di diventare monotone ed è per questo che il film è astutamente costruito come un climax in cui il montaggio diventa via via più rapido, anche a sottolineare la tensione di ciò che lo spettatore sta vedendo. L’unica pecca di un prodotto altrimenti molto interessante si riscontra nella scelta del commento musicale che tenderebbe a voler creare suspance e inquietudine, ma risulta in parte decontestualizzato e anzi rischia di distrarre l’attenzione dalle immagini che sono più che sufficienti a mantenere la concentrazione dello spettatore. Non a caso, le parti che più funzionano sono quelle più vicine al reale in cui non vi è nessuna interferenza a livello narrativo o musicale: si tratta pur sempre di materiale di repertorio in cui la condivisibilissima scelta registica di non commentarle con voice off o interviste è perfettamente funzionale a creare un prodotto “che parla da sé” e lascia trarre le terribili conclusioni allo spettatore stesso. Tutto ciò ad ulteriore conferma del fatto che a volte, nel cinema, non è la finzione ad essere la prerogativa e che la realtà può essere il miglior narratore di una storia.

Bruno Carli

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