FUORI DAGLI SCHE(R)MI

regia di Radu Jude, 2020

“Vogliamo giustizia e libertà!”: una scritta sovversiva in stampatello maiuscolo tracciata con un gesso blu appare sul muro del comitato del Partito Comunista, nel distretto di Botoșani, in Romania. Siamo nel 1981 e il dittatore Nicolae Ceaușescu è ancora ignaro dell’esecuzione popolare che lo aspetta di lì a pochi anni, così come non immaginerà, neanche con la caduta del muro di Berlino, la fine della potenza comunista che lo sorregge.


La misteriosa incisione muraria in caratteri tipografic majuscul non si riesce a cancellare, ma anzi si moltiplica nelle varie declinazioni che chiamano alla rivolta. “Libertà!”, “Non paghiamo per l’acqua calda che non abbiamo!” e “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” non erano i messaggi di pace e servile adulazione previsti dal teleprompter, programmato per far ripetere ai presentatori solo l’immagine distorta di un leader a capo di un paese tutt’altro che libero e florido. Ma almeno uno di questi messaggi aderisce alla realtà: per la Securitate “ogni ora di veglia è dedicata al popolo e alla cara patria”, tanto da riuscire a scovare, dopo lunghe indagini e comparazioni calligrafiche di tutti coloro che abitavano nella zona, chi è il graffitaro della rivoluzione. È solo un ragazzino Mugur Calinescu, ma ha già un intero dossier dei servizi segreti a lui dedicato e anche un’opera teatrale di Gianina Carbunariu sul quale il film è basato.


I testi declamati, tratti pari pari dal fascicolo, testimoniano uno stato di polizia che gli organi di propaganda nascondono dietro i filmati d’archivio istituzionali della Brigata di Difesa dei Pionieri, la produzione di trattori nelle fabbriche di stato e le meraviglie della modernità come i “congelatori verticali”. Mentre le file per assicurarsi un pasto e non morire di fame si allungano sempre di più, facciamo zapping tra ricette di Moussaka, esercizi ginnici propinati ai “figli della gioia, della gratitudine e dell’orgoglio” e pubblicità progresso di specie da salvaguardare, come la donna rumena “che dà vita al popolo della nazione e alla terra dona il genere umano”.


Il montaggio connotativo fa scontrare le immagini di propaganda dell’epoca alla verità delle trascrizioni degli interrogatori a Mugur Calinescu, vittima di un apparato di sorveglianza statalizzato. Attingendo dagli archivi della televisione pubblica, Radu Jude costruisce insieme al montatore Cătălin Cristuțiu un dialogo (o un litigio) tra immagini: linguaggio televisivo e messa in scena teatrale attraversano un processo di rimediazione tramite il montaggio cinematografico, in un trip di found footage che teletrasporta lo spettatore davanti a un vecchio tubo catodico malfunzionante nella Romania sovietica degli anni ’80. Ma solo per chi è disposto a fare ritorno ai giorni nostri dopo più di due ore di interrogatorio.


Giulia Silano

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