Carlos Fuster (Raùl Arévalo) vive a Bruxelles con la moglie Susan e lavora in una compagnia petrolifera, concedendosi una vita agiata e più di un lusso. Coltivando il sogno di trasferirsi a New York e agognando una promozione lavorativa che sembra tardare ad arrivare, a ventiquattro giorni dal parto della moglie viene scelto dal capo per una missione diplomatica: il suo compito è quello di tornare su un’isola africana in cui era stato in passato, per negoziare la liberazione dell’ingegnere Steve Campbell, rapito da alcune forze terroristiche, ed evitare il fallimento della stipula di un importante contratto.

Il film spagnolo “Black beach”, presente sulla piattaforma Netflix dal 3 febbraio, regia di Esteban Crespo, coniuga l’azione e la suspense del thriller con l’aspetto emozionale tipico del dramma, riuscendo, nonostante la trama non troppo originale e qualche sbavatura, a sorprendere lo spettatore a più riprese.

Inevitabile notare come manchi una spinta decisiva che consenta a chi guarda di ricordare a lungo il film o di consigliarne la visione, ma qualcosa da menzionare c’è.

I frequenti primi piani del protagonista permettono allo spettatore di partecipare alle sue emozioni e riflessioni, di percepire la smorfia di difficoltà nel prendere una decisione importante e, in qualche caso, di sentir scorrere lacrime di commozione o di delusione sul proprio volto: ciò consente anche di “cambiare” insieme al protagonista, nel corso della visione, passando dalla percezione della sua vita agiata e quasi priva di rischi e difficoltà al ritorno in un luogo che l’ha indubbiamente segnato in profondità e che lo farà tornare a “sporcarsi le mani”.

Ed è così che il grigiore tipico della città e dell’ufficio in giacca e cravatta si scontra con i colori accesi dei panni stesi su un’isola in cui regna la povertà: immagini forti, che lasciano un segno emotivo sul protagonista e che si ripercuotono sullo spettatore, si susseguono nel racconto nudo e crudo di una realtà fatta di corpi che giacciono ammassati a terra, che si confondono gli uni con gli altri, di regole ferree e di sangue.

Il film, quindi, si gioca su due linee che rappresentano il passato che ritorna e il presente che sfugge, e queste linee arrivano a intrecciarsi e a confondersi, determinando anche dei cambiamenti repentini nell’andamento della pellicola: al ritmo misurato e cadenzato della ricerca e della negoziazione si alterna quello rapido e concitato, quasi forsennato, della fuga.

Nel complesso, la pellicola si interfaccia con tematiche importanti, ma trattandole in maniera superficiale, mancando di approfondirle e non riuscendo a dare al film quella marcia in più che avrebbe potuto avere. Piacevole, sì, ma senza infamia e senza lode.

Chiara Pirani