Se dovessimo dare corda a tutto quello che leggiamo online, sembrerebbe che i remake non siano mai esistiti prima di questi tempi aridi e privi di idee. Un atteggiamento che denota ignoranza al contempo delle necessità industriali del cinema, da sempre intento a rifare successi del passato per minimizzare il rischio d’impresa, e degli aspetti di “permanenza del classico” che rendono fisiologica la rivisitazione, a volte a più riprese, di opere e racconti instauratisi nell’immaginario collettivo. A questo va aggiunta, specie in contesti di largo consumo popolare, una certa logica del riciclo che porta a proporre variazioni su temi di comprovata efficacia.

Soprattutto quando i valori artistici e produttivi in campo sono alti, questa logica può dar vita ad affascinanti itinerari intertestuali, che saggiano la durevolezza di un canovaccio, nonchè la sua malleabilità in termini formali e di risignificazione simbolica. Esempio paradigmatico sarebbero le tre versioni di È nata una stella o le quattro di L’invasione degli Ultracorpi, ma altrettanto affascinanti possono rivelarsi i casi di rifacimenti interni a singole filmografie/poetiche, dichiarati (Hitchcock e le due versioni di L’uomo che sapeva troppo) o meno (Hawks e le tre variazioni sul tema di Un dollaro d’onore). E da noi invece?

In un contesto come quello italiano, poco sorprendentemente, gli esempi non vanno cercati nel cinema “alto” degli autori di grande prestigio ma nel genere, meno inibito da dicotomie arte-consumo e naturalmente propenso a fare di necessità virtù. Sono questi i presupposti di un film come Diamanti sporchi di sangue (1977) del nostro portabandiera noir Fernando Di Leo, di fatto un remake apocrifo del suo magnum opus, quel Milano Calibro 9 (1972) che però – è importante mantenere un minimo di prospettiva storica – cinque anni dopo l’uscita non ha ancora guadagnato lo status di assoluto culto che gli deriverà soprattutto dall’endorsement di Quentin Tarantino.

Oggi, quando Toni d’Angelo gira Calibro 9, sequel con protagonista il figlio di Ugo Piazza/Gastone Moschin, la tensione è altissima e si ha l’impressione di scoperchiare un sacrario. Ma nel ‘77, Milano Calibro 9 è solo un film di buon risultato al botteghino, e Di Leo lavora per tentare di bissarne il successo accompagnato da un team di fedelissimi che in certi casi avevano già partecipato alla lavorazione dell’originale, fra cui Barbara Bouchet e il fido Bacalov in colonna sonora (fra echi della Epitaph dei King Crimson).

Parlavamo prima di valori artistici e produttivi; ebbene, non c’è forse miglior tributo all’abilità di Di Leo e del suo team della riuscita sorprendente di Diamanti, alla cui scarsità di mezzi poteva sopperire solo una sapienza artigianale come quella detenuta ancora a fine anni ‘70 dalle maestranze italiane. Con nient’altro a disposizione che la nuda efficacia del linguaggio delle immagini, i nostri mettono miracolosamente in piedi l’ennesimo meccanismo funzionante, l’ennesima automobile senza telaio e senza pezzi di ricambio ma che non ne ha bisogno, perché le saldature sono al loro posto e fuori strada non si va mai.

Scene come l’assalto iniziale al furgone della polizia o il pestaggio che Tony (Pier Paolo Capponi, altra vecchia conoscenza) infligge al protagonista Guido (lo sfortunato Claudio Cassinelli, forse il meno in parte del cast e con la pesante eredità di Moschin da raccogliere) fanno brillare gli occhi del cinefilo per il senso dinamico e la perfezione metronomica del montaggio. Ma la vera star e il collante di tutto è la sceneggiatura di Di Leo, più certosino che mai nella consapevolezza che tutto dovrà filare alla perfezione per portare a casa il risultato, più crudele di quanto fosse stato perfino in Milano e La mala ordina nel registrare l’ottundimento morale del milieu.

Pur con tutti i limiti del caso, Diamanti sporchi di sangue riesce nell’impresa di non sembrare la brutta copia del suo originale e strappa anzi una posizione “essenziale” nel canone dileiano, riprendendo le fila di un discorso interrotto, portandole a conseguenze ancora più estreme e riuscendo a far sembrare il sole di Roma grigio come la nebbia di Milano.

Lorenzo Meloni