I Canti orfici, raccolta in prosa e in versi composta tra 1912 e 1913, sono introdotti dal poema La Notte, che anticipa temi, modi, figure e ossessioni dell’intera opera; tutto ciò che troviamo leggendo la raccolta non è altro che una ripresa (in prosa o in poesia) di ciò che emerge in questa parte iniziale. È un continuo girare intorno agli stessi concetti, costruendo un andamento non rettilineo ma circolare, che porta il poeta Campana a rimanere bloccato ad uno stato iniziale dal quale pensava di allontanarsi. Ne La Notte, dunque,  appare chiaramente l’idea della ripetizione e dell’impossibilità di trovare una via di fuga.

«Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa sulla pianura sterminata […]»

Quest’inizio sembra farci entrare immediatamente in un ricordo, ma subito questo tempo viene mitizzato e reso assoluto ed eterno:

«Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch’esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente».

Il mito permette una percezione onirica della realtà, come dimostra la parola «inconsciamente», che apre il secondo paragrafo: il poeta alza lo sguardo verso la torre che definisce barbara, aggettivo che sottolinea la profondità senza tempo nella quale siamo immersi.

Il riferimento all’inconscio torna più volte e si ha come l’impressione che il protagonista stia compiendo un viaggio che è insieme di salita e di discesa: salire e scendere sono due momenti necessari al miglioramento.

In questo particolare viaggio il poeta incontra una serie di figure femminili che si rivelano essere delle prostitute col compito di rendere possibile al poeta il passaggio:

«Fu scosso da una porta che si spalancò. Dei vecchi, delle forme oblique ossute e mute, si accalcavano spingendosi coi gomiti perforanti, terribili nella gran luce. […] Una donna dal passo dondolante e dal riso incosciente si univa e chiudeva il corteo».

Tuttavia, viene a mancare l’aspetto fondamentale di tutti i processi di iniziazione, ovvero portare a conclusione il percorso col raggiungimento di un nuovo status. Campana non riesce a trovare un varco, un passaggio verso una dimensione altra, rimanendo così imprigionato in un lungo giorno che si ripete all’infinito.

Ogni figura femminile  ne La Notte rappresenta una speranza che però viene sempre delusa: è questo un motivo che sembra schiacciare il poeta in quella situazione sempre uguale, senza arrivare mai ad una svolta.

Queste figure appaiono dal nulla, all’improvviso, quasi come un’allucinazione. Oltre alle diverse volte in cui troviamo l’aggettivo «inconsciamente», ci sono altri indizi che ci portano negli angoli più nascosti della psiche: «Fu scosso» e «la attrasse» sono espressioni di figure che si muovono, spinte da qualche forza della quale non conoscono l’origine. È a tutti gli effetti un’atmosfera onirica, di sogno.

Campana fa incontri con figure diverse, eppure la rivelazione tanto attesa non giunge mai; la Chimera, figura che il poeta ha inseguito per tutta la vita senza mai riuscire davvero a raggiungere, è colei che detiene in sé il segreto che il poeta non può conoscere.

«tutto è vano vano è il sogno: tutto è vano tutto è sogno»

Il sogno è vano ed è anche ciò che imprigiona il poeta, che gli impedisce di andare al di là. Nella sezione conclusiva intitolata Fine siamo di nuovo in uno spazio chiuso, è ancora notte, niente sembra cambiato rispetto all’inizio e il poema diventa un percorso senza via d’uscita.

Il poeta allora non potrà far altro che continuare a muoversi cercando quel varco e quell’altrove che probabilmente non troverà mai:

«Fuori la notte chiomata di muti canti, pallido amor degli erranti».

Ilde Sambrotta