Gustave Caillebotte fu l’impressionista che più venne sopraffatto dalla figura di Claude Monet e Paul Cézanne, e per questo considerato quasi un dilettante dai suoi contemporanei. Nel 1875 realizzò I piallatori di parquet, prima opera che dedicò uno spazio all’allora emergente proletariato urbano e che aggiunse all’Impressionismo la tematica sul lavoro manuale.


Caillebotte amava concentrarsi sulla sua città ed in particolare su quello che accadeva all’interno delle abitazioni, aprendo dunque uno spiraglio di luce sull’umanità che viveva negli edifici di Parigi, mentre i suoi colleghi artisti preferivano immergersi nella natura, dipingendo i paesaggi e i grandi giardini francesi. Tuttavia, il racconto della quotidianità parigina di Caillebotte è privo di critica sociale o di una morale, soprattutto se si pensa che l’artista stesso apparteneva all’alta borghesia cittadina. La vera rivoluzione risiedeva nel fatto che gli operai della città, che erano stati fino ad allora ignorati dall’arte, diventarono i protagonisti di un dipinto, come era stato qualche tempo prima per i contadini e gli umili lavoratori delle campagne (ad esempio come nell’Angelus di Millet o Gli spaccapietre di Courbet).
L’artista utilizza una visione dall’alto che gli permette di mettere ben in evidenza la prospettiva, con le assi del parquet che fuggono verso il fondo, in cui lo spazio si amplia. Nonostante la poca fama, Gustave Caillebotte fu tra i pittori più “moderni” del suo tempo, che ha saputo cogliere l’importanza della fotografia, che stava spopolando a Parigi dal 1850, ispirandosi alle inquadrature, ai punti di vista e al taglio fotografico per le sue opere. Lo si vede di certo nella cura dedicata nel realizzare gli strumenti di lavoro dei tre artigiani e i trucioli sparsi sul pavimento; sono colti inoltre riferimenti al quotidiano, come la bottiglia di vino e il bicchiere. I tre protagonisti della tela sono intenti a piallare il parquet preparandolo per la lucidatura. Due di loro, più in ombra, sembrano chiacchierare per ammazzare il tempo durante la dura giornata di lavoro. La luce che entra dal balcone si riflette sul pavimento e sulle schiene curve per lo sforzo degli operai il cui torso nudo ricorda quello di antichi eroi caduti. Lo sguardo di Caillebotte è una lente d’ingrandimento sulla realtà: il ricciolo del legno, gli strumenti di lavoro poggiati sul pavimento, la bottiglia di vino, non c’è un particolare sfugge al suo occhio attento. I piallatori di parquet sono pionieri di un nuovo modo di osservare il mondo, documentando la realtà come una fotografia e riproducendo fedelmente ciò che accade nella vita reale.
Decidendosi a esporre i suoi piallatori alla seconda mostra impressionista del 1876, Caillebotte entrò nella cerchia dei pittori rinnegati, definiti poi impressionisti. Quest’opera in particolare divise la critica tra riflessioni su eventuali aspetti sociali celati all’interno del dipinto e critiche riguardanti la gestione che l’artista fece dello spazio. Alcuni accolsero favorevolmente quella che ritenevano una rappresentazione fedele della realtà, espressa nel lavoro giornaliero di alcuni artigiani. Altri, meno entusiasti, protestarono riguardo al taglio prospettico, accusando una distorsione dell’intera opera, dove le linee del pavimento, risalendo, non mostrano nulla al di là della base di un muro, degli stucchi alle pareti e della ringhiera del balcone.


La sensibilità verista di Caillebotte è estremamente vicina a quella di Courbet e Manet, dando vita un Impressionismo più vivido e materiale che manipola la prospettiva per forgiare una propria tensione psicologica che sottolinea l‘ambiguità dell’occhio del pittore.
Gustave Caillebotte e i piallatori di parquet sono l’esempio più importante di quanto nella storia dell’arte grandi artisti e capolavori siano ignorati dal grande pubblico, opere come questa hanno dato il via a vere proprie rivoluzioni, ma sono state dimenticate o surclassate da coloro che vennero eletti a titani dell’arte.

Tommaso Amato