In origine era stato concepito come il “festival della rinascita”. Durante il suo sviluppo è stato interpretato come “il festival della sopravvivenza”. Alla sua conclusione, le maestranze lo hanno definito come “il festival dei giovani”. 

Anche quest’anno il Festival di Sanremo, in onda su Rai1 dal 2 al 6 marzo, ha tenuto banco nella discussione quotidiana, facendosi largo tra l’emergenza sanitaria e l’instabilità politica. La settantunesima edizione per la seconda volta ha visto la conduzione del direttore artistico Amadeus e di Fiorello in un Teatro Ariston senza pubblico in sala, con la ritualità della kermesse sottoposta ad evidenti trasformazioni che talvolta ne hanno rallentato la scorrevolezza, complici la titanica durata delle puntate, la linearità narrativa spesso al limite del soporifero e l’inefficacia dei contributi di alcuni co-conduttori (la spontaneità di Ibrahimović è risultata molto più apprezzabile in conferenza stampa che sul palco).

D’altra parte, portare avanti un festival tra lo scetticismo dei detrattori abituali, il disappunto del pubblico e gli imprevisti dovuti al Covid, come ad esempio la quarantena del cantante Irama e la mancata presenza di Simona Ventura nella finale, non è stata cosa semplice. Se la scrittura televisiva non è risultata del tutto convincente, tra i frenetici ingressi dei numerosi artisti e l’accostamento di discorsi che avrebbero meritato più sostanza (il monologo sulla libertà delle donne, l’inclusione della disabilità), alcuni momenti sono riusciti comunque a catturare l’attenzione mediatica.

(Photo by Jacopo Raule / Daniele Venturelli/Getty Images)

La media delle serate del festival si è fermata su 8.470.000 spettatori con il 46,24% di share, numeri che la rendono la terza edizione meno vista in assoluto dopo quella del 2008 condotta da Baudo-Chiambretti e quella del 2006 di Panariello: si riscontra, quindi, un calo degli ascolti che appare ancora più evidente se confrontato con l’exploit dell’anno precedente (media del 54,78%), un’inflessione che evidenzia tanto il distacco da parte di una fetta di audience quanto le nuove modalità di fruizione che hanno consentito l’affermazione tra i giovani. Le cinque giornate hanno generato infatti un aumento del 30% sul consumo on demand rispetto all’edizione 2020, con un aumento del 40% di device collegati nella serata finale e un record di quasi 30 milioni di interazioni social. Queste cifre confermano l’ingresso delle nuove generazioni (pubblico da casa e artisti compresi) nella sacralità festivaliera e lo “svecchiamento” dell’evento stesso, siglato dalla vittoria del gruppo rock Måneskin con il brano Zitti e buoni.

Se i padroni di casa hanno puntato sulla rassicurante e fraterna complicità, con un Fiorello che si è sforzato di scaldare la gelida assenza delle persone in platea ricorrendo a gag e interventi musicali del proprio repertorio, d’altro canto i quadri audiovisivi di Achille Lauro si sono distinti come valide cornici in grado di fondere tra loro iconografie eterogenee e tendenze musicali che tra omaggi e citazionismi hanno accolto temi quanto mai attuali della società.

Unica pecca contestabile è la tanto sbandierata co-conduzione femminile, un indirizzo inaugurato nella prima serata con una spigliatissima e talentuosa Matilda De Angelis, esploso nella seconda serata con le performance di Elodie (ironica nel duetto con Fiorello, fiammeggiante nel medley centrale, sincera nel monologo finale, raffinata sulle note di Mina) e nelle sere seguenti tristemente ridotto a brevi comparsate di volti (Beatrice Venezi, Serena Rossi) che avrebbero meritato più spazio e possibilità di espressione ulteriori (lodevole la presenza della giornalista Rai Giovanna Botteri).

Da grande vetrina espositiva del costume e della situazione contingente, il Festival di Sanremo ha portato inevitabilmente con sé le difficoltà e lo smarrimento della realtà quotidiana, offrendosi come un evento ben diverso rispetto agli anni passati, un festival “straordinario” che proprio in virtù della sua extra-ordinarietà, del suo non essere perfettamente aderente ai canoni della normalità, è riuscito forse ad essere più vicino allo spettatore, tra accuse di plagio, scambi di bouquet, duetti improbabili, problemi tecnici, nuovi voci del panorama musicale e, non ultime, le conchiglie di Orietta Berti. 

Leonardo Pacini